CARTA VETRATA/QUELLE IMPRESE LOCALI CHE CHIUDONO
BARACCA E BURATTINI

La mucca sarà anche pazza: ma non è che l’uomo se la passi molto meglio. E’ quello che mi ha risposto un amico italiano che ora vive in Inghilterra che, con tutta la famiglia suocera compresa, siamo andati a trovare nell’ultimo week end per vedere la partita assieme.

Provo a riportarvi un poco la conversazione che ha animato la cena da The Fat Duck appena fuori Londra. Che appunto si è chiusa con la frase lapidaria come una sentenza: La mucca sarà anche pazza: ma non è che l’uomo se la passi molto meglio.

Con una premessa. La mia autorità in fatto di lavoro ed economia è pari a quella di un neonato in fatto di cose della vita. Quindi posso riassumere un poco a toc e bucun.

I fatti sono questi. Si parlava, tra una Gelatina alla quaglia e crema di scampi e paté di fegato e una splendida Zuppa d’avena al prezzemolo con lumache e nastri di finocchio delle nostre imprese locali che chiudono baracca e burattini.

Ci si chiedeva, soprattutto mio marito che è un poco più schizzinoso sull’alta cucina: “ma non si potrebbe trovare il modo di condividere, con i signori della guerra capitalista e finanziaria, anche gli utili?”. Che non è un osservazione così banale, da piatto di minestra, o forse sì, boh…..

“Va bene – continuava a pontificare mio marito rivolto al nostro amico e a mia suocera – cadere anche noi, che non c’entriamo nulla, nei loro buchi. Ma in cambio potrebbero farci salire, quando le cose vanno bene, sulle loro montagne di quattrini. Ci basterebbe raccogliere qualche spicciolo per sentirci coinvolti. Ma vacca boia questo non capita mai”. Avete anche voi fatto caso a questo, che non capita mai?

L’attesa del Foie gras arrosto con salsa di rabarbaro e foglio di granchio per noi adulti e della Zuppa di tartaruga ‘finta’ con il tè del Cappellaio Matto – uno splendido piatto ispirato ad una ricetta popolare del 1850 e alla storia di Alice nel Paese delle Meraviglie – per i nostri cucciolotti.. ci ha spinto a questa analisi un poco alla Hyman Minsky che banalizzata si può riassumere così.

La nave affonda senza capitano

Provo a spiegarmi avendomela fatta ripetere anche in taxi verso l’albergo.

Se il gruppo dirigente e proprietario di una grande impresa locale colleziona sconfitte, che cosa suggeriscono le famose “leggi dell’economia”, e che cosa l’altrettanto famosa “etica del capitalismo”? Di licenziare tutti i dipendenti e assumerli, sotto altro padrone, con una decurtazione del 30% dello stipendio. Cioè un criterio imprenditoriale molto fantasioso.

Le aziende restano le uniche navi al mondo sulle quali il capitano non affonda mai insieme alla ciurma. Pensateci.

Noi ci avevamo pensato da subito, intanto che ci servivano l’apoteosi.

Salmone cotto in una gelatina di liquirizia, servito con carciofi, maionese alla vaniglia e uova di trota. Ed a seguire il paradiso la Lombata di cervo con salsa soubise di barbabietola, risotto di farro, interiora di cervo e tartufo nero.

Se è vero che gli esseri umani, nella logica aziendale, sono solo pezzi di una fabbrica, perché non dovrebbero esserlo, a maggior ragione, dirigenti, manager e padroni?

Pensate che splendida figura, davanti ai sindacati e davanti a quello che resta della morale pubblica, sarebbe autolicenziarsi, svendere i beni di famiglia, le diverse case che si hanno, le ville che si vogliono ingrandire, gli immobili che si vogliono trasformare in residenziale e decine di appartamenti?

Ed invece la vita è dura e ingenerosa. Tra le eleganti macerie del mito della fabbricchetta brianzola, a dispetto di PGT, Consigli Comunali, cittadini in coda al supermercato, può ancora echeggiare solo il vecchio, volgarissimo ma lucido slogan dell’operaismo sessantottino: “Come mai, come mai, sempre in culo agli operai?”

Gallette di rabarbaro con yogurt profumato all’olio di neroli e sorbetto di rabarbaro orta di cioccolato e amarene con gelato al kirsch hanno chiuso la nostra cena con la convinzione, oltre quella di aver mangiato nel miglior ristorante inglese e no solo , quella che il mondo è ancor pieno di questi magnati, di questi padroni che ci fanno la morale, ci dettano le ricette e poi alla chetichella mandano a puttane la loro fabbrica, con dentro però centinaia di lavoratori.

Alcuni pure la morale l’han fatta dalla cattedra di un ministero.

Di questi miliardari che buttano il conto in banca oltre l’ostacolo e puntano solo (tutti) i loro operai sulle più scombiccherate roulotte della finanza: investono in salmoni, in ministeri, in appartamenti, nel mercato della borsa, in politica, su qualche associazione multiculturale, su qualche cavallo dato per vincente o anche solo qualche altro animale, ne abbiamo piene le tasche e la provincia.

Eppure questi non li vedi mai, in nessun bar, dove è pieno, di aspiranti al lastrico.

Nel giorno della rovina, di solito, però quest’ultimi offrono da bere a tutti. Fessi, magari, e rovinafamiglie. Ma generosi, e ottimi compagni di chiacchiere.

Chissà però perché di questi non ce n’é mai uno di quelli che qui a Lecco e sul nostro territorio ha chiuso la sua fabbrica.

Del resto, se il denaro diventa un valore assoluto (non più quantificabile, cioè, in rapporto a ciò che serve a comperare, ma stimabile e venerabile in sé) che cosa può valere una vecchia fabbrica, un vecchio stabile neogotico di fronte alla bellezza definitiva di qualche milione di euro?

Dov’erano coloro che potevano far sì che queste domande non venissero poste? Dove la capacità di reazione e di indignazione che consentirebbe ai lavoratori di essere un po’ meno soli? Non si può nemmeno appiccarci il fuoco a quelle fabbriche piene come sono, sui tetti, di amianto.

Il conto anche questa volta lo paga qualcun altro. Qui a Londra è un amico, da noi a Lecco o in Italia i lavoratori.

E non è la stessa cosa.

The Fat Duck High Street Bray. Berkshire SL6 2AQ. Tel. +44 (0) 1628 580 333

carta vetrata firma

 

 

 

 

 

Pubblicato in: Lettere a LeccoNews, Città, Hinterland, Economia

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