IL MORBO DI K PER SALVARE
GLI EBREI NELLA PIECE TEATRALE
DEL LECCHESE NICOLA BIZZARRI

SIRONE – Le vicende che ruotano attorno alla seconda guerra mondiale, la resistenza contro l’occupazione nazifascista dell’Italia e le persecuzioni degli ebrei sono da sempre fonte infinita di ispirazione per ogni forma di narrazione artistica: dai libri al cinema, fino ai linguaggi più moderni come fumetti e videogame. Certamente si tratta di storie che più di tante altre riescono a commuoverci e a toccare profondamente le nostre coscienze, indipendentemente dalla nostra età, sensibilità e dal nostro vissuto.

Sono storie universali, e spesso purtroppo ancora oggi attuali. Eppure, come per ogni epoca e contesto della storia umana, quegli anni tragici pullulano di personaggi, drammi e atti di eroismo che rimangono ai più sconosciuti. E soprattutto se tante storie sono già state raccontate, infiniti sono i modi per raccontarle.

Lo spettacolo teatrale Il Dottor Giusto – Storia del morbo di K, scritto e portato in scena dall’attore e regista lecchese Nicola Bizzarri e dagli allievi dei corsi di teatro della scuola Stendhart di Oggiono prova a fare proprio questo: raccontare una storia vera poco nota ai più, invitando alla riflessione ma soprattutto intrattenendo con un linguaggio fresco, frizzante e un umorismo tagliente che riesce a coniugare tensione drammatica e comicità brillante.

La storia vera, dai contorni quasi leggendari anche se non priva di controversie, è quella di due medici romani, Adriano Ossicini e il primario Giovanni Borromeo che nel 1943 prestavano servizio presso l’ospedale Fatebenefratelli sull’Isola Tiberina a Roma. La struttura sorgeva all’interno del territorio di competenza del Vaticano e vicino al ghetto ebraico.

Borromeo e Ossicini, da sempre ferventi antifascisti e partecipanti attivi alla Resistenza, con la collaborazione del medico praticante Vittorio Sacerdoti e del priore polacco dell’ospedale Fra’ Maurizio Bialek, iniziarono a offrire accoglienza e rifugio tra le corsie del Fatebenefratelli a partigiani, feriti e disertori di guerra e anche a ebrei romani. I medici erano inoltre in contatto con gruppi organizzati della Resistenza tramite una ricetrasmittente clandestina installata negli scantinati dell’ospedale.

Quando le truppe naziste cominciarono i rastrellamenti di ebrei e civili nella capitale, il 16 ottobre del ’43, arrivarono anche al Fatebenefratelli, dove furono accolti da Borromeo e i suoi collaboratori. I dottori spiegarono che nell’ospedale era scoppiata una terribile epidemia di una malattia gravissima e altamente contagiosa. Ma qual era questa malattia? Il Morbo di K, una sindrome immaginaria e inventata di sana pianta per organizzare il ricovero forzato e la fuga dei finti pazienti ebrei sotto falso nome, con tanto di cartelle cliniche falsificate e falsi passaporti stranieri che arrivavano da una tipografia vicina alla struttura.

Il nome era stato scelto in sfregio ai nazisti e per deridere gli ufficiali Kesselring e Kappler, comandanti delle truppe tedesche in Italia. Per farla breve, i nazisti vacillano e, sentendo parlare di “malattia mortale, dai sintomi non del tutto chiari, che si propaga al minimo contatto” decidono di ritirarsi e abbandonare l’isola senza perquisire i reparti e controllare i referti medici.

Ma quanti furono gli ebrei che ebbero salva la vita grazie al coraggio e alla prontezza di riflessi dei nostri eroi? Le fonti non concordano su questo, si parla di decine o forse addirittura centinaia di ebrei ricoverati al Fatebenefratelli durante quei giorni che portarono al rastrellamento di oltre mille uomini, donne e bambini, la maggior parte dei quali verranno caricati sui treni diretti ad Auschwitz-Birkenau e moriranno nelle camere a gas.

Nel 2004 lo Yad Vashem, l’Ente Nazionale per la Memoria della Shoah dello stato di Israele ha conferito a Giovanni Borromeo il titolo di Giusto tra le nazioni, il “Dottor Giusto” (tra gli italiani che hanno avuto questo riconoscimento ricordiamo anche il campione Gino Bartali), ufficialmente per l’aiuto prestato in quei giorni a cinque membri della famiglia romana Almajà-Ajò-Tedesco.

Ma aldilà dei numeri, restano il coraggio e la determinazione dei protagonisti di questa storia, l’ultimo dei quali, Adriano Ossicini, si è spento lo scorso 15 febbraio all’età di 98 anni, dopo una lunga militanza antifascista e una vita da psichiatra e deputato socialista della Prima Repubblica (fu anche Ministro della Famiglia e della Solidarietà Sociale durante il governo Dini). Resta un libro scritto sulla vicenda da Pietro Borromeo, il figlio del Dottor Giusto, e resta anche la struttura, l’Ospedale Fatebenefratelli di Roma che nel 2016 ha ricevuto il titolo di “Casa di Vita” dalla Fondazione internazionale Raoul Wallenberg per aver contribuito al salvataggio degli ebrei dalle persecuzioni naziste.

Lo spettacolo di Stendhart alterna cronaca e fiction inserendo alcune trovate comiche e parodistiche, che giocano soprattutto sui sintomi e sulle caratteristiche controverse del misterioso morbo di K e permetterà agli spettatori di approcciarsi con leggerezza e rispetto a una storia che merita sicuramente di essere raccontata e conosciuta.

La prima assoluta de Il Dottor Giusto – Storia del morbo di K è andata in scena sabato 15 giugno al teatro S. Carlo di Sirone in una serata che prevedeva altri due spettacoli preparati dagli allievi dei corsi di recitazione: Un assurdo caso per il commissario P (un intrigante giallo psicologico dai risvolti surreali e echi di teatro dell’assurdo) e Esercizi di stile, una libera reinterpretazione del libro cult di Raymond Queneau in cui l’autore racconta la stessa insignificante storiella di vita quotidiana in 99 modi diversi, con un linguaggio ricco di colori e invenzioni stilistiche.

Domenica 16 giugno alle 17 sempre a Sirone è prevista una replica della storia del morbo di K seguita dagli spettacoli di fine anno del gruppo bambini e adolescenti.

 

 

 

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