ROMEO E GIULIETTA AL PALLADIUM
CON STIVALACCIO TEATRO: SFIDA
LINGUISTICA E ENERGIA CREATIVA

LECCO – Signore e signori, ecco a voi la più grande e drammatica storia d’amore di tutti i tempi: Romeo e Giulietta. Il pubblico dovrà munirsi di fazzoletti, per asciugare le lacrime dal gran ridere, perché a raccontarla sono gli irresistibili giovani della compagnia Stivalaccio Teatro, impegnati da anni nel far rivivere la commedia dell’arte. Chi li ha conosciuti la scorsa estate al Festival Ultima Luna con Don Chisciotte, non ha perso la ghiotta occasione di rivederli al Cineteatro Palladium. E le aspettative non sono andate deluse.

Che non sono noccioline, il trio ce lo rivela fin da subito, distribuendo tra il pubblico con malizia e leggerezza proprio delle arachidi. Un gentile omaggio che apre le danze di un andirivieni continuo fra palco e platea: gli spettatori sono coinvolti perché dovranno essere complici, aiutanti, addirittura sostituti-attori, ispiratori per le battute e naturalmente dispensatori di applausi, che scrosciano spontanei per la bravura e la fine comicità di questi commedianti.

Un palco povero, tavole di legno, stivalacci e ampie camicie. E poi una girandola di invenzioni e di dinamismo perpetuo: canti, musica, balli, in un miscuglio di dialetti, scambio di ruoli, battute scoppiettanti anche sull’attualità. Il vicentino Marco Zoppello (autore, attore e regista) e il toscano Michele Mori sono le due anime della compagnia, una coppia consolidata da anni di studio sulla commedia dell’arte, il teatro di strada e l’improvvisazione.

Quest’opera è la seconda di una trilogia che immagina le vicende di due saltimbanchi male in arnese, tali Girolamo Salimbeni di Firenze e il padovano Giulio Pasquati, figure realmente esistite. Zoppello immagina i due nella frizzante atmosfera di Venezia (1574), dove fervono i preparativi per la visita di Enrico III, futuro re di Francia. Ecco che capita l’occasione della vita, cioè il privilegio di recitare davanti al sovrano. Bisognerà fare bella figura, è un incarico di prestigio.

Per impersonare i diversi personaggi, non c’è problema: basta una maschera, una variazione di voce, e il cambio di ruolo è fatto. Ma per Giulietta occorre una donna, che abbia la dolcezza e la tenerezza di una casta fanciulla, per intenderci, somigliante all’eterea Olivia Hussey del film di Zeffirelli. E invece sarà la procace Anna De Franceschi (“honorata cortigiana”), una che «par che Giulietta se la ghè magnada».

Si svolge così sotto i nostri occhi il lavoro metateatrale del “fare commedia”: riconosceremo i famosi monologhi di Mercuzio, Romeo, Giulietta, ma anche estratti da Amleto, Mercante di Venezia, Otello. L’incanto dei versi si intreccia alle storie dei nostri tre cialtroni, il drammatico devia sul comico, sull’equivoco, sulla caricatura, fino all’apoteosi della Commedia dell’Arte, cioè l’arte dell’improvviso.

Prima della duplice morte degli innamorati, il terzo e quarto atto grazie alla magia dell’improvvisazione verranno raccontati a partire da cinque parole proposte dal pubblico. Riusciranno i nostri eroi a cavarsela? Naturalmente sì, con acrobazie linguistiche fra parole difficili come “caleidoscopio” e “resilienza”. Neanche a dirlo, si ride un sacco.

Questi ragazzi sono fantastici: la loro comicità è sfida linguistica, coloritura dialettale, espressività genuina e mai scontata, in un ribollire di energia creativa. Alla fine chiedono di gridare con loro “Viva il teatro, viva la commedia!”.

Il pubblico risponde con gioia, perché si è sentito parte di un meccanismo ben costruito, attirato nelle scatole cinesi del teatro-nel-teatro: uno spettacolo che racconta del farsi di uno spettacolo su un canovaccio che è duplice omaggio, all’arte drammatica del grande Bardo e alla vena inesauribile della commedia dell’arte, più che mai viva. Chapeau, Stivalaccio, e speriamo di rivedervi presto a Lecco!

Gilda Tentorio

 

 

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