DA BARABBA A GESU’: L’ATTORE
DI “THE PASSION” A VALMADRERA RACCONTA LA SUA CONVERSIONE

pietro sarubbi valmadrera (4)VALMADRERA – Davvero un bell’incontro, quello tenuto giovedì sera all’Oratorio Maschile di Valmadrera: protagonista Pietro Sarubbi, attore teatrale e cinematografico, con alle spalle oltre settanta film e molte esperienze televisive, tra cui Zelig, Casa Vianello, Camera Cafè e Maurizio Costanzo Show. La consacrazione definitiva arriva con la richiesta di Mel Gibson di interpretare Barabba in “The Passion”. Proprio questo ruolo gli cambierà la vita: dietro l’ ‘affettuosa insistenza’ di Don Tommaso, Pietro Sarubbi ha raccontato la storia della sua conversione.

Una testimonianza a tratti commovente, spesso ironica e scanzonata, ma sempre molto onesta: dall’infanzia solitaria in cui si ritrova a fare le voci degli ‘amici immaginari’, al primo incontro con la Chiesa: il rito di ‘benedizione’ a cui la madre, preoccupata, lo costringe a 7 anni. Ripercorrendo la giovinezza irrequieta, Pietro parla delle frequenti fughe da casa e dal collegio, per lavorare nel circo dove si era invaghito di una ragazza, e dell’ approdo al riformatorio dove, grazie ai Padri Salesiani, avviene il primo incontro con il teatro.

Da lì una carriera costellata di successi: ma Pietro è insoddisfatto, cerca sempre qualcosa in più: un nuovo film, un nuovo ruolo, una nuova produzione. Si sente spesso solo, arrabbiato e cerca di riempire questo vuoto con le droghe, l’alcool, gli psicofarmaci, le donne e i viaggi. Proprio mentre vive negli Stati Uniti interpreta il film “Caruso”, poi John Madden lo sceglie per “Il Mandolino del Capitano Corelli”, in cui Mel Gibson lo vede e lo chiama per un provino, a cui si approccia in modo molto superficiale:
“Ero pietro sarubbi valmadrera (1)convinto di fare Arma Letale 5 o Braveheart 2, anche perché con la mia faccia non è che possa fare il principe azzurro” scherza Pietro. “In realtà scoprii che si trattava di un film sugli apostoli e, dal libro del catechismo di mio figlio, individuai Pietro come il più presente: quello più interessante dal punto di vista economico. Invece Mel Gibson mi chiese di fare Barabba, a cui non spettava neanche una battuta. Inutilmente cercai di convincerlo a darmene una: diceva che nel Vangelo non parlava, ma che era un ruolo importantissimo, quello del primo uomo salvato da Cristo. Credeva fosse una questione teologica, io invece volevo una battuta solo per distinguermi dalle comparse… ma lui mi rispose che dovevo comunicare tutto dallo sguardo.” E proprio uno sguardo gli cambierà la vita, quello che gli rivolge l’attore che interpreta Cristo: “Jim Caviezel dimostrava una grande professionalità: io avevo la segretaria, il tè, la sedia con il nome, volevo darmi delle arie ed ero l’ultimo arrivato, invece lui che era il protagonista lavorava con grande umiltà e rimaneva sempre nel ruolo anche quando avrebbe potuto ‘rilassarsi’. Rimasi davvero stupito dalla sacralità che l’attore aveva saputo infondere al personaggio: tra l’altro io e gli altri attori non avevamo potuto incontrarlo prima delle scene, perché il regista voleva che i nostri sguardi fossero il più possibile realistici: come quelli di due persone che si vedono per la prima volta. Nonostante un lavoro ‘tecnico’ fatto sullo sguardo durante i miei studi teatrali, rimasi colpito da quello che mi rivolse ‘Gesù’ nella scena in cui prendeva il mio posto per essere giustiziato”.

pietro sarubbi valmadrera (3)Uno sguardo che sembra una domanda, a cui Pietro non sa dare forma e risposta. “Passarono mesi di inquietudine e sofferenza, ma anche di grande solitudine, fino a che un sacerdote lesse un articolo su Repubblica e mi chiese di approfondire la vicenda dello sguardo, invitandomi a cena per discuterne. La mia conoscenze dei sacerdoti era ferma alla fiction di “Don Matteo” e tutto mi aspettavo tranne un prete che mi invita a un incontro con 200 persone, pronte ad ascoltarmi, in un posto bruttissimo con una cena mediocre. Eppure tutti erano inspiegabilmente felici, specialmente i ragazzi: io ne avevo a casa uno di quell’età e non andavamo molto d’accordo. Pensai subito ad una setta”.

In realtà di religioni Pietro ne aveva provate tante, quindi è sospettoso: il suo timore è quello di essere inizialmente coinvolto, e poi pian piano riprovare quel senso di insoddisfazione che ha sempre caratterizzato le sue esperienze. Eppure prova a mettere in pratica i consigli del prete e migliora il rapporto con il figlio, la famiglia, con sé stesso. Scopre pregando, pratica che all’inizio nasconde dietro un fantomatico corso di yoga, che dentro al Vangelo ci sono le risposte alle sue domande, a una in particolare: è possibile che ci sia un vero messaggio di Dio dietro lo sguardo di un uomo? Sfogliando per caso l’enciclica di Papa Giovanni Paolo II trova la frase: “Il Signore sempre e di nuovo ci viene incontro nello sguardo degli uomini in cui traspare” e tutto gli appare più chiaro: non si è immaginato tutto e decide di “arrendersi”. Comincia a frequentare la Chiesa, si sposa con la compagna di una vita con cui aveva avuto cinque figli e finalmente si sente parte di una comunità. Anche se paga la sua conversione con l’emarginazione dal mondo dello spettacolo, trova quella serenità che, quando aveva successo, gli era sempre mancata: “Qualsiasi depravazione tra gli attori non è trasgressiva quanto dire che si è cristiani. Ma ho capito che gli uomini, e io per primo, cercano disperatamente la bellezza e la sua forma più alta è quella del cuore. Il mio consiglio è quello di non abituarsi alla bellezza: da quella della mia famiglia, che davo per scontata, a quella dell’Eucarestia che permette ad ogni cristiano di sedersi a tavola con Cristo. Come i  bambini, conserviamo sempre lo stupore e la meraviglia.”

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