DOPO I FATTI DI PARIGI
LA MANO CHE SI TENDE,
ALFABETO CONTRO IL TERRORE

Fiducia contro paura, comunità contro solitudine, accoglienza contro odio, cultura contro fanatismo (Michela Murgia)

TREZZI 1pCaro Direttore,
Ci sono drammi, stragi che sono così grandi che facciamo fatica a vederle, a colorarne il bordo del loro perimetro, a darle il volto e gli occhi di uno come noi, talmente sono grandi, enormi.
Ma se riuscissimo per un attimo a chiudere gli occhi, e provare a immaginare di essere soli in una piazza, una piazza come la nostra, sebbene fors’anche gremita, forse riusciremmo a vedere la mano che si tende verso la nostra di questo volto, di questi volti, uno, dieci, cento, e cento ancora che i terroristi hanno spezzato, con la brutalità della vigliaccheria, con la vigliaccheria che le brutalità hanno.

Vedremmo la mano che si tende verso la nostra come un alfabeto contro il terrore e il terrorismo di quel bimbo (che poteva essere nostro figlio) che ha gli occhi chiari,verdi come l’acqua della Senna, come l’acqua di lago, anche se il lago non l’ha visto mai, e i suoi capelli ricci, scuri e quel sorriso che è festa.
Festa perché questa sera, che lui ancora non sa è la sua ultima sera, suo papà finalmente ha promesso di portarlo, lo sta portando, a vedere il cuore della città.
Una città forse come tante, luci, pietre, voci e il profumo di limone che forse è gelato al limone, ma per lui e come tutti i bimbi, è la sua città. Unica.
E, a occhi chiusi, la riconosceremmo quella mano, quel volto, quell’acqua.

Vedremmo la mano che si tende verso la nostra come un alfabeto contro il terrore e il terrorismo di quel ragazzo (che potrebbe essere nostro fratello) che finalmente ha trovato i soldi per chiedere alla sua ragazza di sposarlo e lo vuol fare invitandola a cena fuori.
E quel ragazzo ha gli occhi scuri come la notte ma un sorriso che è colore e forma della mezzaluna, è futuro in due, non due a caso, lui e lei, lei e lui. Loro. Noi.
Ed è un sorriso da dichiarazione che lui ancora non sa è il suo ultimo sorriso,non perché lei gli dirà di no, lei non gli dirà di no, ma solo perché mentre stanno tornando da quella cena in quel ristorante con profumi d’oriente una bomba lì ha divisi per sempre.
E, a occhi chiusi, la riconosceremmo, quella mano, quel volto, quella promessa.

STRAGE PARIGI ASSISTENZAVedremmo la mano che si tende verso la nostra come un alfabeto contro il terrore e il terrorismo di quella donna (che potrebbe essere nostra madre) che è andata a vedere per la prima volta suo figlio giocare nella capitale.
E lei che fa la sarta su quelle macchine ancora a pedale si è cucita per l’occasione una camicetta bianca di lino e fili d’oro bella quasi dello stesso orgoglio con cui guarderà il figlio, ma che non sa ancora che non si toglierà più, che si sta macchiando di sangue, del proprio sangue, dentro un’esplosione. Forse tre.
E, a occhi chiusi, la riconosceremmo, quella mano, quel volto, quella camicetta.

Vedremmo la mano che si tende verso la nostra come un alfabeto contro il terrore e il terrorismo di quell’anziano signore (che potrebbe essere nostro padre) che ha un banchetto di profumi fuori da un vecchio grande teatro.
Il suo volto ha i solchi del tempo e le sue mani i segni della fatica di tutta una vita. Tutti i giorni apre il suo banco e forse non chiede null’altro, solo di poter dare un futuro migliore del suo, a chi lo aspetta a casa, quel futuro ancora non sa che domani non vedrà. Perché un mitra lo ha colpito tra i suoi saponi di olio e alloro, che non lo lavano via il sangue.
E, a occhi chiusi, la riconosceremmo, quella mano, quella fatica, quel sogno di futuro.

Quella mano che si tende verso la nostra, ora ha un volto, uno, dieci, cento, e cento ancora che i terroristi hanno spezzato, con la brutalità della vigliaccheria,con la vigliaccheria che le brutalità hanno.
E ora aprendo quegli occhi, quel volto, quei volti, uno, dieci, cento e cento e cento ancora scopriamo che si chiamano Shafi, Mohamed, Farida, Omar. E sono di Bassora, Kobane, Aleppo, Jalalabad, Gaza, Damasco.

E quel terrorismo che ha spezzato quella mano che si tendeva ha il volto dei nostri governi, delle nostre politiche, delle nostre armi.
Prima ancora di scendere in Piazza per i drammi vigliacchi dietro ai nostri palazzi, dentro i nostri Teatri, nel cuore delle nostre Città, dovremmo avere il coraggio di dire che stiamo sbagliando uguale anche noi, stiamo seminando lo stesso orrore.
Perché altrimenti, sono convinto che ci rinfacceranno, e fan pure bene, che di morti senza volto e titoloni sui giornali, ne abbiamo più sulla coscienza noi.
Parigi non è Damasco, Parigi non è Kunduz, Parigi non è Aleppo.
Parigi non è Mediterraneo. Lì dentro, lì sotto, cadaveri invisibili, discreti, puliti; senza sangue in strada e sui giornali, addirittura sepolti direttamente in mezzo al mare.

Gaza-guerraCentinaia di migliaia di morti in Afghanistan, Siria, Iraq, i bambini sventrati dai bombardamenti Nato, le centinaia di migliaia di persone ammazzate dalle armi fabbricate in Occidente, valgono meno?
Il terrore, nel resto del mondo è tutti i giorni.
L’undici settembre per i bambini di Aleppo, per i ragazzi di Kunduz, per le donne di Kobane, per i vecchi di Aleppo, è tutti i giorni.
Quando avremo il coraggio di dire questo?
Altrimenti, per l’ennesima volta nelle nostre piazze ci sarà pieno di chi fa differenza se muori a Parigi o a Guantanamo.
Fa dolore questo mondo, e forse, ci farebbe un poco meno male se anziché voler essere qualcun altro quando egli muore, ci ricordassimo chi siamo ora che siamo ancora vivi.
Certo noi non ammazziamo la gente, almeno non nel centro delle nostre città. Delle loro, invece…
Lontano dagli occhi, Lontano dal cuore.

Questo non per giustificare, ma per provare a capire. E c’è sempre meno tempo

Paolo Trezzi

Perché solo una porta aperta in più ci farà salvi: fiducia contro paura, comunità contro solitudine,accoglienza contro odio, cultura contro fanatismo. (Michela Murgia)

 

 

 

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