METASTASI: FAVORI E MAZZETTE
NEI RACCONTI DEI TESTIMONI

TRIBUNALE LECCOLECCO – Prosegue il processo sviluppato dall’inchiesta “Metastasi” che ha scoperchiato il vaso della presenza ‘ndranghetista nel territorio lecchese. L’ultima udienza, terminate le deposizioni dei militari del Gico, ha dato spazio ai testimoni civili. Ecco allora il pubblico ministero Bruna Alberti delineare alla corte i rapporti tra imputati e società civile, piccoli imprenditori in difficoltà, cittadini vessati dalla burocrazia, ma anche istituzioni e criminalità locale. Tanti aspetti che troverebbero comune denominatore nella strategia mafiosa del controllo del territorio.

Il primo testimone ad essere interrogato è Simone Cavallaro, amico di Rolando Trovato, figlio del presunto boss Mario, imputato nel processo insieme a Massimo Nasatti, Saverio Lilliu, Antonello Redaelli, Antonino Romeo, Claudio Crotta e l’ex sindaco di Valmadrera Marco Rusconi.

“Sapevo bene chi erano i Trovato, a Lecco lo sanno tutti” riferisce Cavallaro raccontando quando nel 2012 pensò a Mario Trovato per sistemare “una brutta storia” nel bar del fratello, a Carate Brianza. Cavallaro racconta di un tale che pretendeva soldi dal titolare del locale, ecco allora che l’amicizia coi Trovato sarebbe tornata utile, e a richiesta il presunto boss mandò subito “un paio di ragazzi”. Due figure che la scorsa primavera di fronte agli investigatori della Finanza Cavallaro riconobbe in Massimo Nasatti e Alessandro Nania. Per tale servigio Trovato non pretese denaro ma – sempre stando alla testimonianza del Cavallaro – chiese di poter installare delle slot machine, (probabilmente quelle della società Dbm Service di Crotta e Bongarzone, già comparsa nei verbali del processo).

Dopo Cavallaro hanno raggiunto il banco dei testimoni i fratelli Elena e Michele Invernizzi, nipoti di Antonello Redaelli, imputato. Gli Invernizzi compaiono nelle indagini in merito ad un terreno ricevuto in eredità, superficie che si sarebbe voluta rendere edificabile. Nel 2012 è lo zio a proporre una soluzione per accelerare le pratiche, ferme da vent’anni. Telefonicamente Redaelli rivelò di avere un amico che poteva aiutarli, senza svelarne l’identità. Per snellire la pratica lo zio spiega che sarebbero serviti “sessantamila euro, in due tranche. 30 subito, 30 a cose fatte”. I fratelli a questo punto rifiutano.

Interrogati però Elena e Michele Invernizzi spiegano di aver riconosciuto nel misterioso contatto dello zio l’ex consigliere comunale eletto col Partito democratico Ernesto Palermo (questo, insieme al Nania e a Claudio Bongarzone, imputato nel procedimento a rito abbreviato che giungerà a sentenza la prossima settimana). Ne avevano sentita la voce mentre il contatto parlava al telefono con lo zio; in seguito, assistendo ad un consiglio comunale in cui si sarebbe discusso anche del terreno di loro proprietà, riconobbero quella voce a palazzo Bovara nella persona del Palermo.

 

 

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