TEATRO/AL SOCIALE DI LECCO
LE ALI SPEZZATE DEL GABBIANO
DI CECHOV RIVISTO DA RIFICI

gabbiano cechov 1LECCO – La ricca stagione teatrale 2015-2016 del Teatro Sociale di Lecco ha ospitato lo scorso 16 febbraio un’altra firma di rilievo: il giovane regista Carmelo Rifici, ex-allievo di Luca Ronconi e oggi direttore artistico del Teatro di Lugano. Nella vicina città elvetica è nata l’idea per il Gabbiano di Anton Cechov, ambientato in una tenuta della campagna russa che si affaccia proprio su un lago. Lo specchio d’acqua, placido e rosseggiante al tramonto o impetuoso durante il temporale, acquista secondo Rifici una luce simbolica: “Chi vive vicino a un lago vive su una spaccatura, su un baratro. L’incavo è però riempito d’acqua dolce, piatta, che fa da specchio. Per questo spesso il lago diventa anche sinonimo di occhio: l’occhio (profondo) dentro il quale ci si specchia, e il teatro è il grande specchio del mondo”. Dunque un lago-teatro, che attira ossessivamente verso il basso, vanificando la tensione verso il sublime. I personaggi infatti guardano in basso verso la platea e indicano a più riprese la distesa degli spettatori, perché il “lago” siamo noi. Una trovata che, nonostante la densità simbolica, ha coinvolto anche il pubblico lecchese, a giudicare dai caldi applausi.

Nelle tre ore di spettacolo, fedele al testo anche nei suoi guizzi più strani e quasi surreali, si spalanca davanti a noi un’umanità fasulla, ritratto spietato della società russa di fine Ottocento. Da una parte, i servitori e la gente di provincia pensano che fama e successo siano garanzia di felicità. I Grandi orbitano tutti nella sfera sacra dell’arte e rivelano invece tutta la loro meschina mediocrità: Irina (Giorgia Senesi) è una famosa attrice, concentrata nel culto egoistico della propria carriera, sorda alle richieste di amore e stima del figlio Kostja, aspirante scrittore. Il suo amante Boris (Fausto Russo Alesi) è scrittore di successo, ma debole e superficiale, pronto a invaghirsi di una giovane, salvo poi lasciarla nella disperazione per tornare alla sicurezza dell’antico letto.

gabbiano cechov 2Nella lettura di Rifici l’autenticità non è neppure fra i giovani: Kostja (Emiliano Masala) è un ragazzo nevrotico, che si arrovella nella sua aspirazione artistica ma non sa fare della scrittura un’espressione di libertà, quasi compiacendosi nella gabbia di amore-odio per la madre e dell’ossessione per Nina (Anahì Traversi). La fanciulla invece è una profittatrice: dichiara di volersi dedicare all’Arte ma sogna in realtà folle adoranti e ricchezza, e per il suo scopo non esita a sedurre Boris.

Significative alcune scelte registiche. La musica è dal vivo (violoncellista Zeno Gabaglio) e i personaggi sono costantemente in scena, anche quando non devono pronunciare battute: invisibili e talvolta annoiati fantasmi, seguono le vicende, conoscono i moti dell’anima degli altri, restando però indifferenti. Lo spazio scenico (a cura di Margherita Palli) è asciutto e scarno: sedili da cinema in velluto vermiglio sono i punti dell’attesa e dello sguardo (teatro nel teatro), mentre tavoli e sgabelli di ferro affiancati e avvolti in cellophane (anch’essi in qualche modo prigionieri), formano pedane-pontili. L’orizzonte del meglio, quell’altrove inattingibile dove si proiettano i desideri dei personaggi, è sommerso da una distesa di corde, che calano in verticale, come pendagli-sbarre di prigione, a cui sono legati enormi modelli a forma di gabbiani. Impossibile spiccare il volo: la vita resta immobile e sospesa. Anche la recitazione, soprattutto nella prima parte, procede per grandi slanci congelati e trattenuti, mentre la tensione si raggruma soprattutto nei ritmi serrati e visionari dell’ultimo atto.

gabbiano cechov 3Il vertice del dramma è il Quarto Atto che, come dice Rifici, per la sua misteriosa enigmaticità, costringe a rileggere tutta la commedia secondo una prospettiva simbolica e anti-realistica. Dopo che in scena un enorme ventilatore ricrea l’effetto di un temporale, la famiglia è riunita per la tombola. Sembra un rito di automi: Maša fa rotolare i numeri estratti, secondo un ritmo che scandisce la casualità e forse anche il ticchettio della morte. Fuori ulula il vento ed ecco comparire Nina, venuta a salutare Kostja. I due sono soli nella stanza, ma in realtà cinti d’assedio da tutti gli altri personaggi, mute presenze. Nina parla, ricorda, racconta e perde lucidità, si confonde. Dice: “Io sono un gabbiano”, per poi correggersi: “Io sono un’attrice”, ma sempre più spesso, con un potente effetto straniante, le sue battute sono commentate dal coro dei personaggi, che alzano strida di gabbiani. Non sono richiami di libertà, ma grida stonate di irrisione di fronte al suo vano tentativo di costruirsi delle certezze.

E intanto la scena si è riempita di gabbiani, fissati su alti pali, immobili. Infine il servitore porge a Boris un enorme gabbiano impagliato, quello che anni prima Kostja aveva ucciso per sbaglio, e proprio lo scrittore aveva appuntato sul suo taccuino l’idea per un racconto: “una ragazza abita in riva al lago; ama il lago come un gabbiano, è felice e libera come un gabbiano. Ma per caso arriva un uomo, la vede e, tanto per fare qualcosa, ne spezza l’esistenza, come questo gabbiano…”. La vita di Nina è andata proprio così.

Al Dottore, l’unico personaggio disincantato e disilluso, sono affidate le ultime parole, pronunciate quasi con noncuranza: Kostja si è ucciso. Dopo lo sparo, tutti si ritirano. In scena resta, posato a terra, goffo e ingombrante, il gabbiano impagliato. Le ali spezzate, come le aspirazioni di tutti i personaggi. E, in fondo, il lago.

 

Gilda Tentorio

Foto di scena di Masiar Pasquali

 

 

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