TEORIA DELLA CLASSE DISAGIATA:
ANCHE TRA I GIOVANI LECCHESI
ASPIRAZIONI, EQUIVOCI E UTOPIE

teoria della classe disagiataLECCO – Quello di Raffaele Alberto Ventura è un nome che circola molto online e sulla stampa negli ultimi mesi. Merito del suo libro “Teoria della classe disagiata”, un saggio edito Minimum fax nel 2017 che affronta da una prospettiva inedita e molto critica un tema sulla bocca di tutti: quello dell’attuale generazione di ventenni-trentenni alle prese con la crisi del lavoro, il precariato e costretti spesso a scendere a patti con la realtà nel tentativo di mantenere vivi i propri sogni e sbarcare il lunario.

Venerdì l’autore ha presentato il suo libro a Lecco, in un incontro organizzato a Palazzo delle Paure nell’ambito del progetto Avere Cura del Bene Comune. Lo scopo dell’iniziativa era fornire ai giovani “uno spazio di riflessione e condivisione parallelo a quello concreto messo in atto dal percorso sul Bene Comune, dove i ragazzi possano trovare il coraggio di inseguire i propri sogni senza paura e senza trasformarli in utopie, individuando gli strumenti per realizzarli”, come ha ricordato l’assessore alla Cultura Simona Piazza in chiusura.

teoria della classe disagiata - ventura ruffo prashanth cattaneo pietro regazzoni (2)Ventura, classe 1983, filosofo attualmente impiegato nel settore marketing di un gruppo editoriale a Parigi, ha esposto i contenuti del libro in conversazione con Federico Ruffo, giornalista e conduttore televisivo di Rai 3 e con due giovani lecchesi, Prashanth Cattaneo e Pietro Regazzoni. L’autore ci parla dei giovani che lui definisce “figli della classe media, di quella generazione che ha beneficiato del boom economico e che vive oggi lo spettro del declassamento, della perdita di una condizione di agio nella quale sono stati cresciuti”. La classe “dis-agiata“, non più agiata appunto.

Il punto focale sul quale Raffaele Ventura costruisce le sue tesi è il divario sempre più ampio tra le altissime aspettative e aspirazioni che i giovani e le loro famiglie coltivano sul proprio futuro, e di conseguenza gli investimenti sempre maggiori per raggiungere titoli e gradi d’istruzione più elevati, e il numero di posti di lavoro effettivamente disponibili in determinati settori. Questa situazione porta ad una lotta fratricida per accaparrarsi i pochi posti esistenti. Ne consegue la consapevolezza che non c’è spazio per tutti, e la frustrazione per non essere riusciti a realizzare i propri sogni. “Se tutti vogliono fare gli scrittori o gli artisti si crea una situazione in cui l’offerta supera la reale domanda del mercato. Un’ulteriore conseguenza poi è la degradazione dell’economia di questi settori creativi, per cui nessuno o pochissimi riescono a vivere di giornalismo a fronte di una massa di aspiranti giornalisti che accettano di lavorare ad ogni condizione pur di mantenere vive le proprie aspirazioni”.

teoria della classe disagiata - ventura ruffo prashanth cattaneo pietro regazzoni (1)Il problema è che tutti questi giovani sono stati educati a pensare borghese e a vivere con standard borghesi, ad avere gusti raffinati e desiderano mantenere nel futuro, o addirittura migliorare, questa loro condizione privilegiata. La “colpa” di tutto ciò non è da imputare agli stessi giovani, ma a una stortura del nostro sistema sociale ed economico e alla “scarsa onestà delle generazioni che ci hanno preceduto”, incalza Ruffo. “I nostri genitori e le generazioni precedenti avrebbero dovuto avere il coraggio di dire la verità, ossia che per inseguire un sogno bisogna essere davvero determinati e convinti, altrimenti meglio guardarsi attorno, studiare delle alternative e soprattutto essere pragmatici”.

Quale può essere quindi la soluzione alla disillusione e alle speranze infrante di un’intera generazione? “È necessario investire sull’orientamento, cosa che all’estero si fa da anni con delle ore e un insegnante dedicato nelle scuole – continua ancora Federico Ruffo – e agire su due fronti: da una parte essere trasparenti sulle possibilità di inserimento effettivo nel mercato del lavoro, in modo tale che ogni ragazzo abbia ben chiaro fin dall’inizio di un percorso di studi quali possano essere le sue prospettive occupazionali, e dall’altra saper intercettare i reali talenti dei giovani, al di là di quelle che siano le loro aspettative e aspirazioni, che possono essere spesso costruite e indotte dalla società”.

F.R.

 

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