“VELOCE COME IL VENTO”
O COME LA RINASCITA
DEL CINEMA ITALIANO

veloce-come-il-ventoFinalmente l’Italia ha rialzato la testa e non accenna ad abbassarla. Lasciate stare i Fausto Brizzi di turno, con le loro idee interessanti e le occasioni mancate, con la genialità di uno spunto che si perde sbadatamente in cliché da cinepanettone. In ogni cambio di rotta c’è sempre il bivio ingannatore, l’importante è riuscire a non soccombere al miraggio e proseguire sulla strada giusta. Oggi ci si sta riuscendo, il cinema italiano è più vivo che mai e, forse per la prima volta, sa osare.

Già con Lo chiamavano Jeeg Robot abbiamo assistito, grazie all’indiscutibile abilità di Gabriele Mainetti, a una piccola rivoluzione nostrana; un supereroe sì romanesco, appesantito e borgataro, ma senza nulla da invidiare ai colleghi americani. E loro sono anni che sono in azione, mica cadono nel Tevere dall’oggi al domani per risvegliarsi con la forza sovrumana in corpo.

Ora abbiamo anche un Rush decisamente poco Rush perché, Ron Howard ci perdoni, ma di paragoni col suo (bel) film non ne possiamo più. Veloce come il vento non è macchine da corsa e belli e vincenti al volante ma è un underdog movie, è poco Fast e molto Furious – inteso come impatto emotivo che scorre su due ruote. Matteo Rovere sa che per centrare l’obiettivo si deve guardare al mondo con un occhio in casa propria ed ecco che allora, senza il minimo accenno di piede in fallo, confeziona un prodotto nuovo, vincente, poco made in Italy ma al contempo assolutamente – e nuovamente – italiano.

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