RELIGIONI/SESTA DOMENICA
DOPO L’EPIFANIA: MEDITAZIONE
DI DON GIOVANNI MILANI

Il nostro tratto di vangelo ci presenta subito, come sempre in Luca, la grande meta di Gerusalemme dov’è diretto il Signore nella sua grande determinazione d’immolazione per elevare tutti gli uomini a salvezza; così il segno di potenza che ci è raccontato anche qui, si inserisce – è appunto segno – di quel proposito. Gesù dunque incontra – è più vero che siano loro a farglisi incontro, sebbene da lontano secondo le prescrizioni di purità della legge – dieci lebbrosi: una triste consorteria ch’era addirittura stimata simbolo di peccato. Tra questi dieci, accomunati da sventura e ormai fuori dalla società, non ci sono solo Giudei, c’è almeno un Samaritano: tutt’insieme invocano pietà dal Signore.

Il nostro testo traduce l’invocazione con “maestro”, pure, nell’originale è altro il termine: ἐπιστάτα, potremmo leggere, con un’espressione un po’ rozza, eppur più pertinente, “capo”: segna un’eminenza, non v’è indicato insegnamento, ma potere. C’è dentro una gran fiducia taumaturgica in quel grido, nell’invocazione da lontano; infatti all’invito di Gesù ad adempiere alle prescrizioni di legge – secondo cui toccava ai sacerdoti certificare la guarigione / purificazione – senza obiettare, s’incamminano verso la stessa meta del Signore: il luogo dei sacerdoti, Gerusalemme ed il tempio. Poi c’è il Samaritano, lo straniero per quella sensibilità, che torna. Spesso si sottolinea (ed è pur vero), a ringraziare. A me piace fare più attenzione alle parole – che son sì, sue, ma poi ancora di Gesù stesso – e rilevare che non si tratta semplicemente di un grazie a Gesù, ma: “μετὰ φωνῆς μεγάλης δοξάζων τὸν θεόν, lodando Dio con gran voce”: cioè non è un grazie tanto rivolto a questo pur riconosciuto superiore (ἐπιστάτα), piuttosto vi riconosce l’azione di Dio.

Ancora mi pare sia quello che Gesù vorrebbe, forsanche pretenderebbe, pure dagli altri che non sono “stranieri” e dovrebbero avere ancor migliore sensibilità religiosa; ecco allora l’esclamazione del Signore Gesù: Alzati e va’; la tua fede ti ha salvato! È la fede che ha salvato, non la creanza. Se facciamo attenzione alle parole ne abbiamo miglior prova: quell’alzati! (Ἀναστὰς) è proprio il verbo della resurrezione. Non si tratta solo di guarigione, è dono di salvezza di tutta la sua umanità, quello che dona Gesù. Vediamo di non abbassare l’insegnamento evangelico a buona educazione – certamente Gesù l’approverebbe – ma impariamo davvero a rendere grazie, in senso alto, a Dio per tutto quanto ci è dato: la tradizione cristiana l’esprime nel sacrificio per eccellenza, appunto quello eucaristico.

 

Don Giovanni Milani

 

 

 

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