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DON G. MILANI, LA MEDITAZIONE
NELLA TERZA DOMENICA
DOPO IL MARTIRIO DI S. GIOVANNI

Nicodemo, ci è detto, dallo stesso Gesù, maestro d’Israele dopo che Giovanni già ce lo ha presentato Fariseo e (ἄρχων τῶν Ἰουδαίων) uno dei capi dei Giudei; non tocca a noi giudicare se più coraggioso o pavido, nella sua posizione, ad andare da Gesù. Va a lui di notte. La notte, non solo nei vangeli, ha richiamo ad intimità (pure appassionata e dolorosa: il Getsemani) ma anche è momento delle risoluzioni, impegnative e forti: la notte della partenza del popolo dall’Egitto o quella di Giuseppe che “prende il bambino e sua madre” per trovare proprio là rifugio, o quella del cielo stellato di Abramo. Diciamolo subito, non solo in questo incontro di questo personaggio del vangelo (di cui sappiamo il coraggio di risoluzione almeno postuma alla morte di Gesù), per tutti noi c’è necessità di vera intimità col Signore per una decisione da non rimandare.

Torniamo al vangelo: Nicodemo va dal Signore di notte e riconosce:

 “Rabbì, sappiamo che sei un maestro venuto da Dio; nessuno infatti può fare i segni che tu fai, se Dio non è con lui”, vede in Gesù una persona significativa di Dio (Giovanni non ci ha ancora narrato dei “segni” ma quell’uomo li ha intuiti). Forse tutto questo è una captatio benevolentiae, ma Gesù vi legge una domanda, la domanda per la via a Dio, al regno di Dio; il vangelo infatti ci dice che Gesù risponde. Colpisce, e ci richiama la solennità con cui il Signore Gesù risponde: “in verità, in verità”  (Ἀμὴν ἀμὴν) è sempre premessa; sta indicando il modo di poter entrare, di raggiungere il regno. Ed è un nascere di nuovo.

Veramente la parola che usa il vangelo (ἄνωθεν) ha almeno doppio valore, di ripetizione: di nuovo; ma anche ha allusione all’alto, al cielo o allo Spirito, come poi Gesù precisa. Quel “maestro d’Israele” non riesce a staccarsi dalla terra, non vede oltre l’impossibilità fisica di una nuova nascita, ma Gesù – sempre con parola solenne – lo giuda alla vita nuova, alla vita del regno nel dono di antico segno della purificazione nell’acqua – che già Giovanni aveva richiamato – ma nella profondità nuova dello Spirito. La nascita nuova, non dipende dal solo impegno del penitente, dalla sua conversione, quale era nel segno di Giovanni Battista, è dono nuovo davvero nello Spirito.

L’ultima affermazione, nel nostro brano, e qui solenne sino all’uso del plurale (anche polemica con i maestri che non gli prestano fede) è: “noi parliamo di quel che sappiamo e testimoniamo quel che abbiamo veduto; ma voi non accogliete la nostra testimonianza, se vi ho parlato di cose della terra e non credete, come crederete se vi parlerò di cose del cielo?” Gesù è l’unico testimone disceso, mandato dal cielo, dunque, lui l’unica via al regno.

Nicodemo è personaggio del vangelo lontano nel tempo, ma il vangelo rimane parola viva che si rivolge oggi a noi, a me che rinato dall’acqua e dallo Spirito nel battesimo ho da richiamare la mia fede non solo per quel regno che potrà dischiudersi dopo la mia morte nell’incontro definitivo col Signore, ma perché quella vita nuova abbia senso dell’abitare il regno di Dio, adesso, del camminare in questa certezza rassicurante ed impegnativa dell’essere col Signore, nel dare gusto e senso al mio agire, non solo dalla terra, ma dallo Spirito.

 

Don Giovanni Milani

 

 

 

 

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