MEDITAZIONE DI DON G. MILANI
NELLA QUARTA DOMENICA
DOPO LA PENTECOSTE

Gesù non è venuto ad abolire la legge, piuttosto a darle compimento, lo fa anche con l’enunciazione delle cosiddette antitesi (sono sei affermazioni della tradizione cui il Signore Gesù oppone il proprio dire) da loro è tratto il ritaglio di vangelo che ci è proposto per questa domenica. A rigore questo “detto agli antichi” non è propriamente una citazione esatta della legge ebraica, non è infatti il rigore formale che interessa a Gesù: è però precetto di evidente peso nella legge di Mosè; proprio di questo vuole occuparsi il Signore; facciamo davvero buona attenzione: ci mette tutta la propria carica autorevole (“Ma io vi dico”) a fare intendere il peso reale di quella indicazione della legge divina. Gesù vuole farci riflettere sui precetti e condurci a coglierne il senso, non quello formale, ma che arrivi al significato più profondo a dirigere, non gesti, ma la nostra moralità.

È tanto facile chiamarsi fuori, sentirci lontani, estranei a un’azione tanto grave di negativa evidenza qual è il togliere la vita, eppure la radice di male che oppone al prossimo potrebbe essere ben più profonda; Gesù, con esemplificazione concreta, cerca dirigere il nostro senso etico, il nostro cuore. Non vuole davvero sradicare la legge, pure, con tutta la propria autorevolezza, quasi opponendosi a quella del legislatore Mosè, le dà compimento mostrandone la radice. Non il precetto, la legge, ma la sua lettura legalistica è da rivedere nel suo portato profondo secondo il suo insegnamento. Proprio per questo nei suoi esempi il Signore, non ci parla genericamente, ma ci rapporta, com’è nella concretezza della vita, al fratello; non può essere che lui l’oggetto della nostra azione immorale: l’ira, l’insulto, perché la sua (dovrebbe essere anche nostra) visione d’umanità è fraterna.

Gesù per farci penetrare nel senso vero di quel precetto, non ci fa discorsi di approfondimento legale, preferisce – con incisività ben più immediata – parlare per immagini ed esempi di possibilità reali e quotidiane: chi ci sta di fronte è sempre un fratello (pur sale alla mente che proprio il primo omicidio è stato fratricidio). Se agli antichi fu detto che l’uccidere è passibile di giudizio, l’autorevolezza di Gesù, già a giudizio sottopone l’ira e il peso più grave del Sinedrio sarà per giudicare l’insulto e addirittura si profila condanna al fuoco della geenna. Ma ancora il dissidio col fratello tocca realtà più alta: con in cuore avversione, non è possibile offrire doni al Signore: prima ci dev’esser serenità di rapporto tra noi uomini fratelli, perché il dono possa essere elevato al Padre.

 

Don Giovanni Milani

 

 

 

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