RELIGIONI: LA MEDITAZIONE
DI DON GIOVANNI MILANI.
2ª DOMENICA DI QUARESIMA
DELLA SAMARITANA

Il lungo brano che ci è proposto in questa domenica, anche se lo conosciamo bene per l’invariato ripetersi annuale, sorprende per l’insolita vivacità nello stile di Giovanni ch’è così spesso lento e ripetitivo.  Colpisce anzitutto il vivace taglio della narrazione d’inizio; è quasi cronaca viva, dove alla sufficienza ironica e distaccata, almeno di partenza, della donna, fa riscontro il piglio fermo e  positivo del Signore Gesù che, portandola sul tema morale, le apre l’orizzonte sin a superare  fors’anche l’estremo tentativo d’un defilarsi teologico, e insieme le apre progressivamente il  cuore a fiducia confidente che le trasforma lo scetticismo in alleanza di apostola: lascia là l’anfora per correre in città ad annunciare Gesù: “Venite a vedere un uomo che mi ha detto  tutto quello che ho fatto. Che sia lui il Cristo?”.

Certo l’interesse non si ferma alla narrazione. I Padri della Chiesa hanno spesso  interpretato il passo come pertinente al battesimo; anche per noi mette conto vi poniamo seria  attenzione in tal senso. I segni simbolici sono facili da rilevare: il pozzo – è da notare il richiamo antico: è quello di Giacobbe – e contrapposta la sorgente, “che zampilla per la vita eterna” dopo che Gesù darà l’ ”acqua viva” della sua grazia.

È il battesimo che ci ha donato la grazia del Signore, la liberazione dal peccato, la  condizione – insperabile per l’uomo – di figli di Dio. Tutta la paziente catechesi quaresimale è  fondamentalmente battesimale, sono sempre i testi antichi che ci sono proposti. Che se allora erano fonte istruttiva per i catecumeni, divengono ora riflessione riconoscente per noi che già ne abbiamo avuto dono per la mediazione di fede della Chiesa attraverso chi già dall’infanzia, dalla nascita, ci ha condotti alla “sorgente” del sacramento.

Già prima del tempo di Gesù la Samaria era terra difficile per gli antichi insediamenti pagani, ce n’è velato cenno anche nel dialogo al pozzo con l’allusione ai cinque santuari pagani nei  cinque mariti: la pratica dell’adulterio, sappiamo bene nel linguaggio biblico, parla di idolatria.

La donna – probabilmente per allontanare l’attenzione, d’un tal personaggio che sa penetrare lo spirito, dalla propria debolezza morale – s’arrampica sulla questione teologica del luogo di culto, di adorazione. Gesù risponde con pazienza, ne rimane riflessione nel sempre – adesso per noi – il suo insegnamento: è la sua ora, che già era presente in lui (viene l’ora ed è questa) quella di una adorazione diversa, un culto “in spirito e verità” perché tale è il Padre.

Non è il culto sul quel monte (ancor oggi in quel luogo di Sicar, v’è un tempio dove si pratica
l’antico culto ebraico seppur misconosciuto dall’ebraismo ufficiale) neppure però su quel di
Gerusalemme, sta l’adorazione che raggiunge Dio, se non è dalla nostra interiorità, della nostra
fede verace, non di gesti per quanto ben orchestrati in liturgie perfette.

Ci può essere pure una fede, antica e veneranda, che s’alimenta di quell’acqua ferma di pozzo: un rapporto con Dio ch’è fatto del solo bisogno umano che ormai ha proprio questo limite,  Gesù, con il battesimo e la vita di grazia, ci dona ben altro: una sorgente di continuo eterno  zampillo.

Il Signore è paziente con la samaritana, non vuole – pare evidente – puntare il dito alla fragilità, ma aprirle il cuore a vita libera e nuova; è quanto desidera anche per noi, anche per le nostre debolezze, perché la Pasqua, cui ci prepariamo, non sia solo di sua risurrezione, piuttosto di vita rinnovata, nella gioia di cui sempre è ricca la sua grazia.

È il dono dello Spirito: la grazia è pur questo, anzi lo è proprio, vita che genera vita, da qui muove l’adorazione vera di culto e di carità che dà pienezza alla vita del battezzato, che dona senso e forza al nostro agire nel mondo.


Don Giovanni Milani

 

 

 

 

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