RELIGIONI: LA MEDITAZIONE
DI DON GIOVANNI MILANI.
3ª DOMENICA DOPO L’EPIFANIA

Dopo la morte di Giovanni, Erode lo crede redivivo in Gesù e Gesù si ritira in un luogo deserto quasi allontanandosi, non solo da Erode, ma fin dalle folle, cercando quiete (Mc), queste però lo cercano, anzi lo precedono e lui non sa che “sentirne compassione e guarire i loro malati”: ne è nuovamente immerso, sembrava volersene allontanare dopo il discorso in parabole e tutti quei fatti, ma di nuovo ne è coinvolto.

Si è fatta sera, oltre il tempo del pasto (che era tipicamente serale), i discepoli ne fanno richiamo a Gesù perché la gente possa avere modo di guadagnare l’abitato e “vada a comprarsi da mangiare”. Gesù allora dà inizio al “segno”, anzitutto cambiando logica: da quella dello scambio, del comperare, a quella del dono: “voi stessi date loro da mangiare”.

Vorrei osservare che è bene cogliere la pagina al modo di Giovanni, non tanto come gesto di potenza – miracolo – piuttosto, come segno profetico e rivelatore. È segno del deserto richiamo all’agire antico di Dio con la manna, evocata anche dalla prima lettura, prelude poi all’eucaristia, come ci diceva il P. Lagrange e ancora, nella nostra tradizione, riprende l’ultimo segno epifanico del Signore.

I pani, cinque, sono piccola disponibilità offerta, ma completati (a perfezione di simbolo: il 7) dai pesci. Molto si è detto notando l’esigua disponibilità umana – i cinque pani – arricchita però dai pesci. È notoria l’usitata figura del pesce nei primi tempi cristiani per l’acrostico greco della parola (ἰχθύς: Gesù, Cristo, Figlio, di Dio, Salvatore).

Cosicché all’offerta certo piccola dell’uomo (che è addirittura un ragazzo secondo la redazione di Giovanni) s’aggiunge la grandezza del Signore. La pochezza condivisa è sempre benedetta in abbondanza spirituale dall’Alto; qui l’abbondanza si fa davvero meraviglia materiale e per noi il molteplice segno che andiamo meditando. I pochi cinque pani sfamano cinquemila e ben di più. Non è che qui si faccia conto dei soli uomini per il noto antico maschilismo: c’è allusione a una pienezza che è nello Spirito: è il numero della comunità primitiva come si dice in Atti, non si contano invece donne e bambini che direbbero debolezza.

Il richiamo più generale è ad un nuovo esodo tutto spirituale con il nuovo Mosè di Matteo.

C’è pane e pane nel deserto: l’antico dal cielo, quello della tentazione respinta e questo segno: promessa del definitivo, che sarà per noi quotidiano e sopra-sostanziale: il corpo offerto in sacrificio del Signore.

I pani qui umilmente offerti, assumono ricchezza della libertà donata dal Signore Gesù. Gesù – “dopo aver ordinato alla folla di sedersi sull’erba” è la traduzione liturgica; io me ne permetto altra che credo teologicamente meglio pertinente: invitata la folla ad adagiarsi sull’erba: l’esodo del Signore – quello definitivo – porta a libertà vera, eccone il simbolo, il porsi nel pasto da liberi, proprio in quel modo: adagiati, coricati.

Solo allora innalzato al cielo lo sguardo, benedice e spezza i pani perché siano dati a tutti cibo e dono nuovo. Il segno – ognun vede – è eucaristico in senso pieno: rendimento di grazie e preludio al dono del suo corpo sulla croce e nel sacramento.

Il dono del deserto indica la libertà del popolo nuovo (è nel sacrificio della croce, ricordiamolo) ma ancora c’è pane di salvezza per ogni uomo; se nel deserto non tutto il pane è consumato, è perché l’antico popolo non ha saputo accostarsi al banchetto della libertà vera: le dodici ceste ancor piene l’attendono.

Nm 11,4-7.16a.18-20.31-32a La manna e le quaglie.1 Cor 10,1-11b Ciò che avvenne ai nostri padri nel deserto è esempio per noi. Mt 14, 13b-21 Il segno della moltiplicazione dei pani.

Don Giovanni Milani

 

 

 

 

 

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