RELIGIONI: LA MEDITAZIONE
DI DON GIOVANNI MILANI.
4ª DOMENICA DI QUARESIMA

La pagina del cieco, come sempre va ben oltre la narrazione. Il suo senso è innanzitutto battesimale in coerenza con le antiche scelte liturgiche della nostra tradizione. È evidente il tema, principale e più esplicito, ch’è quello della luce. Ricordiamo che già nel NT, ma anche subito dai primi Padri, il battesimo era chiamato “illuminazione”, Né manca il tema della grazia (anche battesimale) alluso ripetutamente, il soffio-sputo (addirittura allusivo alla potenza creatrice e forse all’unzione battesimale nello Spirito), ancora l’innominata l’acqua da Siloe (l’Inviato Messia la dona dalla “vasca” [κολυμβήθρα] ripetuta allusione battesimale).

Mi piacerebbe meglio sottolineare qui il dono della fede che è dono dello Spirito, appunto, ma anche scelta che progredisce nell’uomo. Il tema è piuttosto evidente nella progressione delle dichiarazioni alle successive richieste di dichiarazione da parte della gente, dei Giudei (i rappresentanti di una, or cieca or dubbiosa, legalità che si pretende violata) e ancora alla definitiva domanda dello stesso Gesù.

Il cieco, un uomo men che qualunque, suscita la domanda teologica che lega la malattia al peccato personale (o ereditario). Ricordiamo, en passant, che la tradizione rabbinica, non solo antica, ammette il peccato già anche del feto.

Ma Gesù ne fa “segno” evidentemente oltre la persona; fin del suo agire: “fin che è giorno; poi viene la notte, quando nessuno può agire”; dove il giorno, non è tanto quello del tempo, ma il “suo”, e la notte allude a passione e morte”; infatti ecco che subito annuncia lo splendido: “finché io sono nel mondo sono la luce del mondo”. Sottolineiamo l’”Io sono”, significativo richiamo all’impronunciabile nome di Dio.

Ancor subito il gesto dello sputo (acqua che allude allo Spirito creatore) impasta l’Adamah, la terra, richiamando il gesto creatore che fa sorgere l’umanità (qui la nuova nel battesimo e nella fede); anche – già dicevo – in allusione all’unzione battesimale.

Ma torniamo al procedere nella fede che mi pare non potersi trascurare in questa pagina.

Dapprima, il cieco illuminato, alla domanda della gente, rassicurata sulla sua identità e curiosa del fatto, dichiara il guaritore semplicemente come: “l’uomo che si chiama Gesù”; lui però non l’ha semplicemente sanato, gli ha detto: “va’” invitandolo a una consapevolezza, ad una partecipazione attiva, che solo poi, nell’ostile interrogatorio sboccia in prima gemma di riflessione (non c’è argomento contro l’incontrovertibile fatto) e afferma: “è un profeta!”.

Il tentativo di annullare la guarigione è invano teso ai genitori. Ma poi – il giure a priori sta fallendo e si passa all’intimidazione – quell’uomo è capace di ironia, pur pendente la esiliante, drammatica espulsione dalla sinagoga, fino a revocare in dubbio l’affermata (autorevole e falsa) teologia morale nella provocazione d’un supposto desiderio di discepolato degli stessi Giudei.

Ma il passo finale è sulla richiesta dello stesso Gesù. La risposta è ben ponderata, non solo entusiasta e sboccia il: “credo Signore”. Rimarchiamo quest’ultimo titolo: Signore: Adonai (se vogliamo il primo dei termini della fede di Tommaso dopo la risurrezione): la fede è piena non più affidata al gesto miracoloso. Il Figlio dell’uomo, ha elevato la precaria natura all’umanità piena della fede.

Peccato, in pagina, sia stato sacrificato il gesto dell’adorazione: quello tipico del tempio (o del re). Gesù, l’abbiamo visto domenica, deve uscire dal tempio, e l’illuminato è fuor del consesso, della società sinagogale. Il tempio è un altro, quello che sarà ricostruito in tre giorni, e l’uomo ne è fatto nuovo dalla sua luce di grazia.

La grande catechesi battesimale non può lasciare indifferente il nostro riflettere sul nostro gradiente di fede e di luce, nel e dal, Signore Gesù.


Don Giovanni Milani

 

 

 

 

 

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