RELIGIONI, LA MEDITAZIONE
DI DON GIOVANNI MILANI.
7ª DOMENICA DOPO PENTECOSTE

I pochi versetti del vangelo, ancora in questa domenica, sono dai discorsi che Giovanni ci riporta dall’ultima cena, non sono ripresi parola per parola, piuttosto fanno emergere in quell’ambiente d’umana tensione: smarrimento, tristezza d’addio e insieme calore di fraternità e attesa, aspettativa di qualcosa d’indefinito, eppure importante, supremo.

Gli apostoli ormai sanno del distacco imminente e pendono dalle labbra di Gesù, aspettano lumi di rassicurazione e sostegno per quanto si delinea. Sale alla mente la rassicurazione al titubare di Mosè che sarà grande condottiero nell’Esodo: “Vai, io sono con te!” (Es 3,12). È probabilmente questo il senso con cui il Signore pronuncia quel: “Abbiate coraggio, io ho vinto il mondo!”.

Ancora, con meglio delicata cordialità Gesù rassicura: “Vi ho detto questo perché abbiate pace in me”. Gesù ha alluso all’allontanarsi in temporaneo smarrimento dei discepoli alla passione, non abbandono, solo debolezza di trepidazione timorosa.
La pace nel Signore Gesù non è inerzia in godimento tutelato e scevro da responsabilità, al contrario è la sicurezza intima che lo stare con lui fa attraversare, nonostante tutto, in serenità di cuore le asperità (lui dice θλῖψιν tribolazione) del mondo; è la pace serena della Pasqua, non la tranquillità mondana, è quella che ad ogni celebrazione eucaristica, all’offertorio, ci è richiamata e dovremmo scambiarci in esortazione di certezza.

La pace in Gesù, dà sicurezza di vincere il mondo proprio nel suo modo, partecipando alla sua lotta e vittoria, alla sua croce vittoriosa che porta a vita nuova piena, risorta. Subito poi, l’incipit della preghiera sacerdotale, qui riportata nel breve inizio di confidente domanda di quella gloria che è evidenza e comunicazione dell’amore (gloria già nell’innalzamento alla croce).
Giovanni pone una nota descrittiva: “Alzati gli occhi al cielo”. Più volte ci è illustrato dagli scritti evangelici questo atteggiamento; in Giovanni, già prima dell’ultimo “segno” al sepolcro di Lazzaro, ad esempio, ma anche – in altra narrazione – in momenti assai significativi dell’agire del Signore per indicarci più intensa, confidente comunicazione col Padre (il cielo nel linguaggio degli antichi e dell’universale istintività è il luogo della dimora di Dio).

“È venuta l’ora” di quella “gloria” – apice dell’amore – già del Padre, data al Figlio che diventa dono, comunione di “vita eterna” a tutti coloro che “gli sono dati”: elevazione al mistero di Dio.
“Questa è la vita eterna che conoscano te unico vero Dio e colui che hai mandato, Gesù Cristo”; Giovanni non parla mai di salvezza, ma, appunto di questa vita – vita eterna – che è partecipazione divina.
Vita eterna, non vita senza fine, non solo quello, ben di più, è pienezza di vita perché condivisione, esperienza di Dio, nella sua unicità e verità mostrata da Gesù Verbo di Dio-uomo.
L’espressione “conoscano” sappiamo come nel linguaggio biblico assuma forza nel suo significato, il Vangelo ci parla di questa “conoscenza” che innalza ogni credente in Gesù all’altezza divina con la gloria della croce-risurrezione.

 

 

Don Giovanni Milani

 

 

 

 

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