SECONDA DOMENICA DI PASQUA
MEDITAZIONE DI DON G. MILANI

Era ben andata, Maria di Magdala, ancora in mattinata, dopo aver incontrato il Signore Gesù e su invito dello stesso Risorto, ad annunciare ai discepoli, non solo la sua gioia d’aver visto il Signore, ma ancora quanto le aveva detto, cioè che Gesù aveva da salire, come lui stesso s’era espresso: “al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro”. La testimonianza di Maria, però, non pare avesse troppo confortato i discepoli se, ancora la sera, “erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano… per timore dei Giudei”. Allora Gesù stesso, a porte chiuse, viene e sta tra loro con annuncio nuovo: “Pace a voi!”. Non è il semplice saluto ancora così abituale tra i semiti; viene dal Risorto che – appunto tale – mostra “loro le mani e il fianco”; è proprio lui che era morto, ma, vivo nella condizione risorta, dona la pace con senso nuovo: “soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati»”.

Eccolo il senso vero e nuovo della pace, ha cancellato il peccato, sconfitto e confitto alla croce: dà vera libertà interiore nello Spirito santo. Lo Spirito santo, donato dal Signore Gesù e affidato alla sua Chiesa, santifica, innalza al “Padre mio e vostro”, ci fa figli nel Figlio. Gesù annuncia la Pasqua come la grande riconciliazione tra l’uomo debole del suo peccato e Dio: non solo, comunica la sua potenza liberatrice dal peccato e l’affida agli apostoli. Poi, otto giorni più tardi, Gesù torna con attenzione personale, non al solo Tommaso – il discepolo ardente, disposto a seguirlo fin ad affrontare la morte già prima dell’ultimo segno, quello di Lazzaro – dona così prezioso messaggio anche a noi, facilmente tentati di sfiducia. Nonostante la gioia provata, i discepoli – pur se vorrebbero convincere lo sfiduciato Tommaso – stanno ancora loro stessi a porte sbarrate!

Ma viene, ritorna Gesù: “Pace a voi!”, ripete. Poi a Tommaso: “Metti qui…!”. Non sono proprio d’accordo con il Caravaggio: l’apostolo, non ha certo cercato constatazione tanto cruda e materiale. Come a Maria al sepolcro, la voce di Gesù lo chiama per nome e subito gli fa ben superare ogni sfiducia: “Mio Signore e mio Dio!”. Mi piace legger bene a cogliere qui tutta la commozione del suo carattere passionale: riconosce Gesù non solo potenza divina (ὁ θεός μου: Eloim) prima lo confessa e dichiara la stessa presenza di Dio (Ὁ κύριός μου: Adonai). Giovanni, prima di chiudere il suo vangelo, si premura di dirci che quanto ha riportato è per la nostra fede in Gesù, che è il Cristo, Figlio di Dio, non per cronaca, perché possiamo aver la vita in quel nome e riporta, come ultima parola di Gesù, beatitudine per la fede pura che, senza constatazione sensibile, s’affidi. Giunga davvero, nella fede nel Risorto, beatitudine per tutti noi.

 

Don Giovanni Milani

 

 

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