NELLA SETTIMA DOMENICA
DOPO L’ASCENSIONE:
MEDITAZIONE DI DON G. MILANI

Al ritaglio liturgico nel vangelo di oggi è preposta l’espressione che principia e insieme ci dà il senso alto di tutta la cosiddetta preghiera sacerdotale di Gesù – l’intero capitolo diciassettesimo –, ce la inquadra nella tensione di quello sguardo davvero eloquente: “alzati gli occhi al cielo”. Così Gesù esprime l’affidamento confidente verso il Padre cui si rivolge (a lui indirizza tutt’intera la preghiera che qui ci è presentata nelle sue ultime ma significative battute). Quell’innalzare sguardo vuol trascinare noi pure. Insieme il Signore lancia sguardo lungo, avvolge nel suo amore tutti, anche noi, che nel tempo lungo della Chiesa avremmo avuto lascito di fede dalla predicazione degli apostoli (“crederanno in me mediante la loro parola”) e prega “perché tutti siano una sola cosa”.

Quell’unità richiesta con forza, non è semplicemente espressiva di una consorzio umano cordiale, fraterno quanto si voglia: l’uno è costituito “come” Gesù stesso e il Padre, non in modo semplicemente parallelo, a somiglianza, ma siano tutt’uno: “anch’essi in noi”. L’unità non è unicamente tra gli uomini: coinvolge il mistero di Dio, lo spirare d’amore – come ci ha insegnato la teologia – che abbraccia Gesù e il Padre, dunque la Trinità. Questa unità poi: “perché il mondo creda che tu mi hai mandato”, sarà dunque trasparente al mondo evidentemente nello stile di vita dei cristiani che dichiara la fede in Gesù inviato da Dio. “E la gloria che tu hai dato a me, io l’ho data a loro, perché siano una sola cosa come noi siamo una sola cosa. Io in loro e tu in me, perché siano perfetti nell’unità e il mondo conosca che tu mi hai mandato e li hai amati come hai amato me”.

Gregorio di Nissa, nelle omelie sul Cantico, spiega: «Nessuno infatti può negare che lo Spirito Santo sia chiamato ‘gloria’». Il dono dato dal Padre al Figlio – il Signore Gesù – e da lui offerto ai discepoli, presenti e futuri, non è che l’amore, non genericamente sentimento, ma la ‘gloria’ l’amore nella persona dello Spirito santo. La conseguenza è che nello Spirito santo, nello Spirito di Gesù, lo stesso Gesù vuole, chiedendolo al Padre, siano con lui a contemplare, a godere l’amore: quella gloria sostanziale che era sua “prima della creazione del mondo”.

La fede che i discepoli hanno accolto è esperienza (“conoscere” nel dire biblico) del Signore Gesù e riconoscendolo mandato dal Padre, del Padre stesso. A loro Gesù ha fatto “conoscere” il “nome” (la realtà profonda di Dio) li ha fatti comunicare, ha offerto comunione, perché il dono dell’amore – dello Spirito di Gesù – rimanga in loro: “perché l’amore con il quale mi hai amato sia in essi e io in loro”. Il grande patrimonio di Dio è l’amore (anzi è Dio stesso, al dire di 1Gv), ed è quanto il Signore Gesù ha portato a noi nel suo mistero.

 

Don Giovanni Milani

 

 

 

 

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