SERVIZIO CIVILE IN AFRICA:
ANNA DI MALGRATE RACCONTA
L’ESPERIENZA IN GHANA

MALGRATE – Iniziare a lavorare e fare un’esperienza nuova, lontano dal posto dove è nata e cresciuta. Queste sono le motivazioni che hanno spinto Anna Maggi, 27 anni, di Malgrate, a partire per un anno di Servizio Civile all’estero, per la precisione a Adidome, nel Ghana meridionale. Una scelta coraggiosa e ben ponderata, legata certamente al proprio percorso di studi – Anna ha conseguito nel 2016 la laurea triennale in terapia della neuropsicomotricità nell’età evolutiva – ma anche e soprattutto alla volontà di mettersi in gioco, al servizio degli altri e imparare. Sì, perché l’anno trascorso in Ghana dal settembre 2016 al settembre 2017 è stato soprattutto un periodo di arricchimento personale attraverso le persone conosciute e le relazioni sviluppate.

“Grazie al bando del Servizio Civile all’estero sono venuta a sapere di questo progetto in Ghana organizzato dall’Opera Don Guanella di Como”, racconta Anna. “Si trattava di un progetto all’interno di un centro residenziale di riabilitazione per ragazzi e adulti con diverse tipologie di disabilità, principalmente paralisi cerebrale ma anche persone autistiche e con la sindrome di down”. All’interno del centro gli ospiti partecipano attivamente a progetti di potenziamento scolastico, attività ricreative e lavori pratici. Trattandosi di un centro residenziale infatti i ragazzi vivono all’interno della struttura contribuendo alla sua sussistenza attraverso lavori agricoli e di falegnameria, creando di fatto una vera e propria comunità.

Calarsi all’interno di questa realtà è stata la sfida che Anna ha dovuto affrontare per svolgere il proprio ruolo di volontaria. “In questo contesto il mio compito è stato in parte quello di terapista e in parte di educatrice. In pratica ho collaborato in affiancamento con gli operatori del centro nell’organizzazione di attività scolastiche e laboratori pratici e successivamente ho coordinato come responsabile piccoli gruppi di ragazzi del posto”.

Un’esperienza del genere non può che portare con sé, almeno all’inizio, paure e difficoltà. “Il problema principale è stato che, arrivando come unica donna europea bianca all’interno di una realtà dove tutti sono africani, compresi i colleghi operatori e i responsabili del centro, ho riscontrato da parte loro inizialmente una tendenza a farsi da parte e a lasciare che fossi io a prendere il controllo della situazione. Come conseguenza è stato molto difficile instaurare un rapporto personale che ci permettesse di conoscerci e di mettere in atto uno scambio proficuo anche dal punto di vista professionale. Tutto ciò ovviamente è stato ulteriormente amplificato dal divario culturale e linguistico che c’era tra noi”. Come è facile immaginare, gli ospiti del centro parlano solo l’ewe, la lingua locale e per Anna era quasi del tutto impossibile comunicare con l’inglese o un’altra lingua comune. Per lei però non è stato altro che uno sprone che l’ha aiutata progressivamente a calarsi all’interno di un mondo e di un modo di pensare completamente diverso dal nostro, liberandosi del peso di preconcetti, dubbi e ansie. “Col tempo ho imparato a farmi da parte, a osservare senza farmi e senza fare troppe domande sul come e perché di quello che vedevo e ascoltavo e a adattarmi alle loro tempistiche, alle loro abitudini e usanze semplicemente provando a fare anch’io insieme a loro”.

Certamente avere la possibilità di vivere a contatto diretto con una comunità di persone dalla mattina alla sera e condividere attività, abitudini e pensieri può insegnare molto. “Ho imparato sicuramente a non fermarsi a quello che vedi, andare oltre le apparenze, a osservare per arrivare a condividere, più che a comprendere, un modo diverso di pensare e vivere la vita e ad apprezzare le tante cose positive che ho ricevuto grazie a questa mia apertura”. Senza dubbio la solarità, la dolcezza e tenerezza che “i suoi ragazzi” hanno donato a Anna nella loro semplicità e spontaneità hanno ripagato la sua disponibilità a mettersi in gioco in mezzo a loro. Ma è in generale l’aspetto di accoglienza indiscriminata che ha trovato in Africa a esserle rimasto nel cuore. “Loro ti spalancano le braccia e ti accolgono, indipendentemente da chi sei e come sei, per loro vai bene così”. In quest’ottica è molto più facile sentirsi sicuri, a proprio agio e sereni anche in mezzo agli altri, che forse così diversi proprio non sono. Oltre al fatto che gli africani, lo sappiamo, sanno essere molto convincenti e coinvolgenti in tutto quello che fanno. “La loro allegria e solarità è contagiosa e trascinante, quando lavorano, quando giocano, quando pregano…”.

Il centro di Adidome non è una realtà chiusa in sé stessa, ma aperta e ben integrata nel tessuto sociale locale “Eravamo proprio sulla via che collega alcuni villaggi circostanti, per cui c’è sempre questo scambio continuo con le comunità vicine. Spesso chi era in viaggio da un villaggio all’altro passava per il nostro centro e trovava sempre qualcuno pronto a accoglierlo, altre volte eravamo noi a organizzare feste, mercatini o altre occasioni di incontro e scambio reciproco e invitavamo le persone esterne a venire da noi”.

L’esperienza di Anna in Ghana si è conclusa ormai quasi due anni fa, ma non ha fatto altro che rafforzare le convinzioni e i progetti che già aveva per il suo futuro. All’inizio dell’anno scorso Anna ha trascorso un periodo di quattro mesi in Tanzania, in un centro diurno di terapia della neuropsicomotricità “Un’esperienza molto più attinente alla sfera professionale, dove avevo a che fare quotidianamente con giovani madri e i loro bambini che venivano da noi per seguire le terapie”. Ancora Africa quindi, ma un contesto culturale e linguistico molto differente dal Ghana. “Tutte queste esperienze mi hanno convinta ancora di più che è proprio questo che vorrei continuare a fare, viaggiare, lavorare e formarmi in un contesto come quello dei centri di terapia riabilitativa in Africa. In questo senso le figure più necessarie sono persone che abbiano una formazione a 360° nell’ambito, anche dal punto di vista fisioterapico”. Forte di quest’idea e aspirazione, Anna ha appena concluso un percorso di Master a Genova, intrapreso lo scorso autunno proprio per estendere la propria preparazione al metodo fisioterapico. Anche per questa estate ha deciso di continuare la strada che ha intrapreso ormai da un paio d’anni. È da poco partita per il Perù e trascorrerà una buona parte dei mesi di agosto e settembre prima in Sudamerica e poi in Ruanda.

F. R.

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