“QUANDO NELL’ACQUA ALTA
CI SON FINITA IO. E MI SONO
SENTITA IN TRAPPOLA”

2019 – Vaporetto finito su una riva

LECCO – Venezia è piena di premanesi: Bellati, Bertoldini, Fazzini, Gianola, Pomoni, Codega e Tenderini, chissà in quanti coinvolti nel dramma di oggi, quanti altri si ricordano di quel dicembre 1979 con acqua alta a 166 centimetri sopra la media di riferimento.

Di questo parla l’articolo redatto “in prima persona” dalla nostra fondatrice, editore di Lecco News. Tutte le immagini sono relative al disastro avvenuto tra ieri e oggi.

QUANDO NELL’ACQUA ALTA CI SON FINITA IO
E MI SONO SENTITA IN TRAPPOLA

di Nadia Alessi

Fu un trauma e quindi cercai di cancellarlo dalla mente. Era il 1979, il 22 dicembre perché queste cose succedevano sempre da novembre in poi.

Le sirene avevano urlato, in quel modo continuato che metteva paura, crescente e lungo, a stracciare l’aria. A segnalare il non scampo: anche le zone alte della città sarebbero state invase dall’acqua alta. Dopo il pauroso 4 novembre 1966 che tenevamo sempre a memoria, anche noi troppo giovani per ricordacelo, credevamo non fosse più possibile arrivare al disastro. Una marea eccezionale, la ‘sessa,  era la non normalità. Non succederà più, se non nei secoli futuri.
Pensavamo così: i secoli futuri. Non IL secolo futuro.

Noi veneziani ci credevamo invincibili, residenti nella “città più bella del mondo”, eredi destinati della dominatrice dei mari, indottrinati fin da piccoli sulle meravigliose buone politiche di una Repubblica marinara dominata dal buon senso, soprattutto in termini idraulici.

Suggerimenti e norme ottimi anche per l’oggi, ma che non abbiamo saputo sostenere e mantenere, oggi completamente abbandonati. Regolazioni in cui il sistema di canali lagunari veniva continuamente modificato, saggiandolo prima sul campo per essere sicuri che funzionasse. Questo lavorio costante di salvaguardia metteva al riparo Venezia sia dal pericolo d’interramento del suo porto, sia dalle mareggiate la cui devastazione era nota fin dal 1200.

Ubriacati da tanta bellezza e da tanto onore, non ci siamo quasi accorti che sulle nostre teste stavano passando scellerate programmazioni che avrebbero portato i nostri luoghi a rimanere asfittici per troppo turismo e inerti davanti alla furia della natura.

Oggi penso che le nuove generazioni e quelle future ce ne chiederanno conto. Bisognerebbe sempre pensarci quando si è in tempo, soprattutto quando ci viene voglia di qualunquismo…

ERA MATTINA, A SCUOLA
Frequentavo le superiori. Ancora un paio di giorni e sarebbero iniziate le vacanze di Natale. Le sirene a dire il vero erano suonate anche al mattino, ma Venezia con un paio di stivali era attraversabile.

Arriva in classe la bidella trafelata. “BISOGNA USCIRE! Con ordine, via tutti!”. Va bene, ok, ma finiamo la lezione cerca di rallentare la prof infastidita. No ora, adesso, l’acqua sta crescendo e non si ferma; dobbiamo lasciare andare gli alunni a casa, altrimenti resteremo bloccati a scuola non si sa per quante ore.

Io e le mie compagne di percorso da casa a scuola e viceversa ci siamo ritrovate in strada. Che via prendere tra le alternative? Abitiamo ‘da l’altra parte del canal’ (il Canal Grande separa in due la città da ovest a est fino al bacino san Marco) e ci troviamo vicino a san Giovanni e Paolo (zona ospedale).

foto di Livioandronico2013

Andiamo a Rialto a prendere il vaporetto: con quello faremo presto a uscire da questa situazione.

Ma l’acqua corre, già nelal zona di campo san Bortolo diventa impacciante. Arriviamo all’imbarcadero in riva del Ferro. La marea ingrossata ha ristretto l’arco del ponte di Rialto. Lì sotto, i mezzi pubblici non passano più.

Siamo bloccate.
Che facciamo?

Ragazze, attraversiamo il ponte. Ma la zona del mercato di Rialto al di là è bassa. Beh almeno proviamoci.

Un disastro, non si passa: io non mi arrischio. Allora decido di stare da questa parte del canale e di raggiungere l’imbarcadero più vicino di fronte a casa mia: da Rialto punto alla Ca’ d’Oro. Arrivo fiduciosa, dopo aver evitato le passerelle (allora davvero poche) inservibili che galleggiavano. L’imbarcadero sembra una piccola montagnola, alto com’è rispetto alla calle. Il servizio della linea 1 è sospeso, non è attivo neppure a spezzoni.

Anche il vicino traghetto, tra una riva e l’altra, con le gondole non funziona.
Gli stivali non servono più. Gli adulti che incontro mi urlano di togliermeli e di tenere alto il cappotto.
L’aria è calda di scirocco, ma il mare è gelido e mi fa schifo. Lo sanno tutti che è di fogna.
Da tempo non si fa più il bagno nei canali, ce lo vietano. Ci hanno spiegato che con i detersivi il prezioso sistema biologico delle vasche settiche non funziona più a purificare i liquami delle fogne e la città e del tutto priva di rete fognaria. “Venessiani caga in aqua“, ci canzonano quelli della terraferma.

Qualcuno incontrandomi ride vedendomi impacciata, un signore mi racconta di una volta quando non si usavano le mutande e l’acqua alta era la gioia dei maschi, giunta a infrangere il pudore delle donne con un inaspettato quanto irrispettoso specchietto sotto le gonne. Un altro gli fa da eco e aggiunge particolari. Ci si mette anche una donna. Li detesto, non sono di nessun aiuto,  mi danno solo fastidio con i loro ricordi pruriginosi. Non ho voglia di sorridere.

Che faccio? L’aria è calda ma se si è bagnati si gela, rimanere accoccolata sopra un ponte fa rischiare la polmonite. Fermi non si può stare.
La cartella, l’abbandono? No: ci sono i libri scolastici, non li posso riacquistare a dicembre (lontanissimi i tempi del compro on line l’usato  e il nuovo).
E se andassi dai nonni? Il percorso è infarcito di zone basse, le prime ad essere aggredite dalle maree. Forse, però, le aggiro.

Se solo questa maledetta corrente finisse di crescere. E invece a ogni passo sono sempre più bagnata.

Suona mezzogiorno. Odio anche il mezzogiorno. Non ho paura, la mia è disperazione. Sono in trappola come un topo. Solo le ‘pantegane’ (ratti) stanno da dio. Oh mamma le pantegane! Speriamo di no, speriamo no. Di non incontrarne. Via via.

Non ricordo come ho raggiunto calle Venier, la salvezza. Ma ad appena quattro metri di distanza, il portone dei miei nonni diventa inaccessibile a meno di non accettare il destino di quasi nuotare nell’acqua putrida. Sono ormai semi congelata, quindi si va.
Suono. Temendo che non ci sia elettricità, chiamo a squarciagola. Suono ancora.
Tac la porta di apre. La voce di mia nonna sulla tromba delle scale: “Vieni”! È il momento del pianto, ora posso.
“Dai vieni togliamo tutto, prepariamo il bagno caldo. Ti cambi.” – “Perché vi hanno fatto uscire di scuola, dovevano tenervici”, brontola nel frattempo tra sé e sé.
Mi prende la cartella, il grande consumismo è quasi alle porte, ma ancora non imperversa: “Brava, hai salvato i libri e l’astuccio.”

Nadia Alessi

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Finestra rafforzata con nastro adesivo, a difesa contro le raffiche di vento

Qui sotto due stralci di mie amiche, ricordi di piena adolescenza
“Ricordo che avevo gli stivali.. E seppur mingherlina mi è capitato di fare spola con chi me lo  chiedeva perché non si bagnassero le scarpe..  Io abitavo al Lido.. Succedeva a S. Marco. Vicino alla Paglia (ponte della Paglia accanto ai Piombi). Per noi che non abitavamo al pianoterra e non eravamo commercianti era bello, affascinante poi andare in spiaggia a vedere i danni”…   Mara

“La gioia iniziale del tornare a casa fu smorzata quando abbiamo cominciato a sentire l’acqua che ci bagnava i piedi malgrado gli stivali. Per me e Roberta è  finita con le gambe a mollo nell’acqua calda nella vasca di casa mia”. Annalisa

“Ricordo una notte con mio papà in negozio a cercare di salvare quello che riuscivamo, l’acqua che improvvisamente non entrava più dalle porte ma sgorgava dal pavimento del magazzino sul retro e il senso di impotenza in quel momento eri circondato. Ricordo le battute e le risate con gli altri negozianti nonostante la situazione. Si rideva soprattutto con il proprietario della libreria di fronte.
Però ogni volta che guardò le mani di mio padre con le dita deformate dall’artrite, lo vedo intento a risciacquare tutto quello che era impregnato di salso è mai lagnarsi. Proprio così: rivedo l’acqua alta ogni volta che incontro le sue mani”
Paola

Da lì in poi i miei lavorano per giorni a sanificare il loro posto di lavoro e anche il magazzino sotto la nostra abitazione, compreso quello dei nonni.

Allora come adesso non basta buttare le cose rovinate ma si deve lavare e rilavare per eliminare l’acqua salata, perché la salsedine è un lento corrosivo che distrugge oggetti, muri e pavimenti.

 


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4 novembre 1966 + 194 centimetri
12 novembre 2019 + 187 centimetri

N.B. Le foto di questo articolo riguardano quanto accaduto oggi a Venezia. Sono giunte via chat. Nell’impossibilità si indentificarne in alcuni casi gli autori abbiamo dovuto scegliere tra copyright e diritto di cronaca e abbiamo deciso per la seconda; se qualcuno dovesse riconoscerne una propria, ce lo può segnalare.

 

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