DON G.MILANI, MEDITAZIONE
3ª DOMENICA D’AVVENTO

Ancora la figura del Battista. Lui è in carcere, ma si fa presente a Gesù con una  domanda (una domanda o una sollecitazione?). Giovanni è uomo pratico, lo abbiamo capito  dalla sua predicazione così forte e concreta, la conversione si esprime nell’impegno a  sollevare le debolezze: “Chi ha due tuniche…” e pone domande non oziose; non è tanto il  dubbio che le muove, credo piuttosto lo sprone (è in carcere e su lui pende incertezza)  a rivelarsi in modo sollecito ed esplicito.

Giovanni certamente conosce la rivelazione di Nazareth (Lc 4/ Is 61) ed ha notizia dell’agire del Signore Gesù proprio in quel senso annunciato dai profeti come dell’era messianica.

Gesù non può che confermare, e tanto fa. Invita a riportare al Battista quello che accade attorno a lui: “i ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi  sono purificati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri è annunciata la buona notizia. E beato è colui che non trova in me motivo di scandalo!”.

Sì, anche la beatitudine, perché questo non è ancora il momento  dell’immolazione nella gloria (sulla croce come specificamente Gv metterà in luce),  Gesù è ancora in cammino verso Gerusalemme, la sua meta.

Gesù conosce bene Giovanni e ne fa oggetto di riflessione esemplare perché è evidente modello di attesa del regno (qui forse un poco impaziente). Non con grandezze esteriori che son da ricercare piuttosto che “nel deserto”, sempre evocativo, “nei palazzi dei re”.

Nel deserto si incontra un profeta, anzi più che un profeta: Giovanni è tale.

Pure non basta il profeta con la sua tanto rilevante grandezza umana (“Fra i nati da donna non vi è alcuno più grande di Giovanni”). Quanto reca il Signore Gesù non è dono di grandezza umana, non qui è il dono  divino, è la grazia che immette nel regno dove l’economia è tutt’affatto altra, appunto del regno, là “il più piccolo è più grande (per grazia) dello stesso Giovanni”.

Come sempre ascoltiamo il vangelo; il rischio non sia quello accusato da Gesù  nelle immagini immediatamente successive dei ragazzi che non sanno stare al gioco.

Il nostro rischio è di lasciar passare una parola che pare udita e riudita senza muoverci dentro a far montare in concretezza viva di opere, la nostra appartenenza, con il battesimo, al regno, così che la tangibilità delle esortazioni del profeta e dei segni di Gesù diventino vivi anche per noi.

Don Giovanni Milani

 

 

 

 

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