DON GIOVANNI MEDITA: DOMENICA DI NOSTRO SIGNORE GESÙ CRISTO RE DELL’UNIVERSO

In quasi tutte le narrazioni evangeliche ci è presentato il Signore Gesù piuttosto in tratto semplice, umile, fin nell’esiziale fragilità della croce (ed il racconto che immediatamente succede al nostro è addirittura quello della solitudine di Gesù nel Getsemani e della sua passione). Qui però si apre un quadro grandioso di gloria, con tanto di trono e corteggio d’angeli; anche l’immagine d’idillio bucolico del pastore è a far discrimine tra pecore e capre: siamo al grandioso universale giudizio. 

Spesso questa scena, imponente e severa, era dipinta sulla parete di fondo delle chiese antiche, a farsi ultimo, visivo monito per chi, uscendo nel mondo, lasciava la preghiera comunitaria. 

A me pare lettura migliore farcene vivo richiamo all’insegnamento del Signore Gesù. 

“Davanti a lui verranno radunati tutti i popoli”. I popoli – Ἔθνη, che solitamente designa le Genti, i non Ebrei – qui non sembra dire che il giudizio sia selettivo per loro soli, piuttosto richiama che il sacrificio di croce e la vittoria sulla morte di Gesù ha efficacia ben oltre il Popolo eletto. 

Possiamo e dobbiamo ancora notare come, in questa pagina, l’insegnamento, la dottrina di Gesù è portata ad essenziale concretezza, non è affidata a minuzia di precetti ed osservanze “religiose”, invece – anche nella meraviglia di chi è sottoposto al giudizio che “separa le pecore dalle capre” – dichiara che le concrete azioni di attenzione e soccorso per i bisognosi sono tali gesti “religiosi” da essere accoglienza, soccorso, aiuto, protezione nei confronti del “Figlio dell’uomo”: il Signore Gesù stesso. 

Il giudizio si pone su quanto siamo abituati a chiamare “opere di misericordia”: non sono certo lucubrazioni teoriche, ma concreto immediato agire che dà aiuto e stima al prossimo nel bisogno, non con l’affidarsi a pii e buoni pensieri, ma nell’efficacia fattiva del rimboccarsi le maniche. La cura del prossimo, dei “più piccoli”, come si esprime il testo evangelico, è testimonianza concreta dell’amore che in loro – come ripetutamente ci ha insegnato Gesù – ci fa incontrare proprio lui, la sua stessa persona. 

Il nostro testo, rovesciando ogni criterio umano, si fa giudizio sulla storia con la logica di Gesù, quella della salvezza dell’uomo nella sua essenzialità, anzi nella sua debolezza: non sono i gesti religiosi che salvano, ma l’amore (che, comunque, nel costante insegnamento del Signore Gesù, ne costituisce il significato). 

Tutte le “Genti” saranno chiamate a giudizio sull’amore, come pure noi tutti: la nostra fede deve saper scorgere nel povero, nel carcerato, nello straniero, nel malato, il Figlio dell’Uomo, lui: il Signore Gesù.

 

Don Giovanni Milani