Siamo immersi nella grande e gioiosa celebrazione del Natale che la liturgia dilata nel tempo addirittura estendendola sull’ottava: per otto giorni è Natale, per otto giorni gioiamo per questo Bambino che viene alla vita, che ispira, anzi più sollecita tenerezza e amore.
Ma è sempre la liturgia ad articolare la festa con altre evocazioni persino di sangue: già subito nel secondo giorno con la testimonianza di Stefano ed anche oggi, che il calendario (questa volta è quello doppio, civile e liturgico) ci consegna come domenica – che è giorno del Signore, il primo della settimana – troviamo il giorno segnato dal sangue degli Innocenti, dei Santi Innocenti, come ce li indica la liturgia.
È Matteo che ci riporta questo evento antico, per noi, di profondo significato simbolico nel piccolo Gesù, figlio e Messia del popolo d’Israele: i ripetuti vaticini lo inseriscono profondamente nell’antica storia del popolo del Signore – segnatamente nella vicenda antica che muove fin da Mosè – e ci dicono anche della sua missione, del dono di Dio che quel piccolo Bambino ci sta recando: non si esprime solamente nelle tenerezze affettuose che sempre ci sollecitano i bambini, annuncia pure un mistero che è anche di violenza e sangue: ora è quello degli innocenti di Betlemme travolti dalla furia di Erode, ma sarà il suo, effuso sulla croce, che darà salvezza all’umanità intera.
La pagina richiama storicamente la brutalità di Erode, l’avvertimento dell’angelo nel sonno a Giuseppe, la sua sollecitudine a custodia del “bambino e sua madre”, l’Egitto, come poi il ritorno – nell’evidente sfondo di Mosè e dell’esodo – ci dice come ogni cosa si svolga nel piano di Dio: non è mai il male che trionfa, pur se è attraverso il dolore e il sacrificio che ci è donata salvezza.
In un tempo come quello che attraversiamo, la pagina evangelica pare quasi di cronaca – pur a noi non materialmente vicina – quotidianamente fornita dai Media: la violenza brutale di strage e di morte contro gli innocenti, non è solamente del tempo antico, è riportata con tragica puntualità nelle nostre case e non può lasciarci inerti perché materialmente distanti, pur nell’impossibilità dell’agire con incisività immediata, nelle nostre, solo inquiete tranquillità, mi verrebbe da dire con un ossimoro.
Credo sia momento difficile, di prova, per la nostra fede, che pure non ci deve lasciare distratti o scoraggiati. Come anche questo brano di vangelo ci insegna, il Signore veglia, non cessa il suo disegno d’amore sull’umanità anche se noi non riusciamo a scorgerne la traccia, lo dobbiamo credere sentendoci dentro.
Non so se non pensare alla preghiera e all’affidarci; pure, di contro, anche mi sollecita riflessione il salire alla mente – certo strappandolo al tanto tragico contesto personale di Etty Hillesum – il suo pensiero sull’aiuto a Dio.
Don Giovanni Milani

