A ridosso del Natale, quando la nostra attesa si rivolge con istintivi sentimenti di tenerezza alla nascita di Gesù nella grotta di Betlemme, la nostra tradizione ci presenta l’ingresso in Gerusalemme che avverrà, non prima della nascita, non nella gestazione di Maria, ma nel compiersi umano, sulla fine della vita del Signore Gesù.
Se leggiamo la pagina evangelica certo non ci sfugge il senso del mimo profetico che il Signore Gesù ha voluto offrire, con accurata preparazione, al suo significativo ingresso in Gerusalemme, dove di lì a poco si sarebbe compiuto il suo sacrificio di croce. Matteo con le citazioni unite di Isaia prima e poi di Zaccaria presenta il gesto di Gesù quasi come monito alla città di Gerusalemme che tanto presto gli sarà violenta: “Dite alla figlia di Sion: Ecco, a te viene il tuo re, mite, seduto su un’asina e su un puledro, figlio di bestia da soma”.
Il segno, tipico messianico, è regale nella sottolineatura della sua qualificante mitezza. Non è nell’alterigia del cavallo o dell’abituale carro bellico che viene il re, ma con l’asina (persino presa a prestito) cavalcatura di saggezza e pace, d’incisiva, ripetuta mitezza.
Il segno è sacro e profetico (i discepoli inviati a prendere le umili cavalcature devono affermare che il “Signore ne ha bisogno”: Gesù che è Signore, Dio). Gli entusiasmi dei discepoli e della “folla numerosissima” paiono ben interpretare
quanto vuole significare profeticamente il Signore Gesù: lo riconosce re con segni regali di gualdrappe e passatoie improvvisate dai loro mantelli e dalla festa di rami stesi sulla strada, con l’osannare regio in riconoscimento messianico ratificato nei cieli.
Anche noi ad ogni celebrazione della Messa ci appropriamo di quell’inneggiare antico: “Benedetto Colui che viene nel nome del Signore. Osanna nell’alto dei cieli”. Che sia vera invocazione di fede da cui non ritrarci nella prova pari alle folle di Gerusalemme. Dopo uno sguardo al testo evangelico, torniamo alla tradizione che lo legge avanti al Natale del Signore Gesù.
In quel suo entrare nel mondo con l’affidarsi all’umanità intensa e mite di Maria e di Giuseppe alle loro provvisorietà e mitezze condivise già da quel contesto del venire alla vita, c’è annuncio assai significativo del Messia atteso; re: “figlio di Davide” non certo in regalità esibite di mondane potenze ma già dichiarate nel segno mite di quella povertà eloquente.
È solo nella fede che riconosciamo il Signore cui innalzare l’osanna, acclamazione di giubilo, ma prima – nel senso originario – invocazione di salvezza e di senso, di cui sempre e con urgenza necessitiamo.
Don Giovanni Milani

