DON GIOVANNI MEDITA NELLA SECONDA DOMENICA DOPO L’EPIFANIA

La pagina che ci è proposta in questa domenica è assai significativa nel vangelo di Giovanni come “inizio dei segni compiuti da Gesù”, ma anche per la collocazione nel tempo liturgico che per noi ha segnalato senso epifanico: nel testo stesso si dice che proprio con quel “segno” Gesù “manifestò la sua gloria”. 

Il quarto vangelo, non parla mai di miracoli o prodigi, ma usa significativamente la parola “segno” quasi con ripetuto ritmare (in sette specifici episodi) il manifestarsi del Signore Gesù. Il termine è usato già dall’AT (dunque in consolidata terminologia biblica) a significare il rivelarsi di Dio a salvezza del suo popolo. 

La narrazione pone scarsa attenzione a quelle nozze di Cana di Galilea: solamente fanno da sfondo festoso a caratterizzare la vivace importanza del “segno” sollecitato da Maria e colto specialmente – o forse solo – dai discepoli che “credettero in lui”. 

Maria avverte, nella sua sempre delicata attenzione, il prossimo disagio (non da poco nel contesto nuziale) del mancar del vino (ch’è pur nota biblica d’abbondanza e festa) e nello stile sommesso e pensoso che ben le conosciamo, lo fa presente a Gesù che pare negarsi (“Non è ancora giunta la mia ora”). Certo, l’ora è quella della croce e della vittoria sulla morte, però Maria sa di una disponibilità diversa e, sempre nel suo agire discreto pur di singolare e fattivo intuito, sollecita allertando i servitori: “Qualsiasi cosa vi dica, fatela”. 

Le idrie lapidee di grande capacità sono colmate d’acqua per comando di Gesù. Erano “per la purificazione rituale dei Giudei” (che con il Signore Gesù è divenuta inutile) sono ormai a dire l’abbondanza del dono che è lui stesso e la sua grazia: misericordia del Signore con abbondanza riversata sull’umanità che creda. 

Quanto è ora attinto meraviglia chi dirige il banchetto da farne rimprovero allo sposo che un vino tanto eccellente l’avrebbe serbato alla fine, piuttosto che ad essere meglio apprezzato assaporato sull’inizio della festa. 

Il gesto (che è biblicamente “segno”) pare poco notato: lo conoscono i servitori che ne hanno avuto parte forse meravigliata eppure silenziosa e incapace di coglierne il significato vero; certamente Maria, non solamente per il garbato e sommesso aiuto agli sposi, capace invece di dare spazio al manifestarsi del mistero di quel figlio che è suo e di Dio e finalmente i discepoli che sanno accoglierlo nella fede. 

Anche per noi non può essere che così: accogliere nella fede l’abbondanza del dono di Gesù. 

Ci si può meravigliare dell’agire del Signore: compie gesti che paiono capaci di dominare e fin cambiare lo scorrere consueto e naturale di cose e ritmi del creato, ma Gesù, non per meravigliare invece a dire di sé – proprio in quell’agire, in quei “segni” – ci manifesta il suo mistero che è portare l’onnipotenza di Dio a favore della debolezza dell’uomo. Ripetiamolo: è solo la nostra fede che ne può penetrare e accogliere il senso più vero.

Don Giovanni Milani