Le beatitudini, sappiamo aprano il discorso della montagna quasi programma dell’intero annuncio di Gesù, ne abbiamo anche un poco tutti il ritmo carezzevole nell’orecchio, ma ci è meno facile sentircele rivolte come proposta del seguire autentico il Signore Gesù.
Siamo piuttosto inclini a pensare ad una felicità futura, che la beatitudine sia altro dall’adesso, eppure il Signore già proclama beati proprio coloro che sembrano al nostro valutare immediato i perdenti, gli ultimi della fila e sottilmente invita tutti noi a farne parte, meglio a leggere quelle condizioni, di mondano disagio e debolezza nella sua luce, secondo il suo modo di giudizio.
È allora da valutare bene quanto annuncia Gesù in questa celebre pagina: che cosa sia la sua beatitudine.
Come si può essere beati nella evidente debolezza della povertà, come possa convivere con il pianto, la mitezza disprezzata dal mondo, l’anelito alla giustizia prima che sia attuata?
È evidente la beatitudine che proclama il Signore, non la si constata in immediato materiale, piuttosto la si vive come bene intimo.
Vi è una certezza nel beato che la propria condizione, scelta o accettata, trova approvazione, consenso nel Signore; quel disagio materiale, quel suo soffrire trova senso nello stargli accanto del Signore: ci sarà riscatto: consolazione, eredità immensa, sazietà, ma già nell’adesso il soffrire è valore allo sguardo amoroso di Dio.
La purezza di cuore, l’operare la pace, il soffrire per la giustizia, persino la persecuzione a causa del Signore è beatitudine: Gesù invita a rallegrarsi perché già ora “grande è la ricompensa nei cieli”.
È evidente come la beatitudine di cui parla Gesù, sia realtà tutta interiore, contento e certezza dell’essere nell’abbraccio del Padre.
Don Giovanni Milani

