La solennità liturgica dell’incarnazione di Nostro Signore Gesù Cristo – il Natale – nella nostra tradizione, conosce ben cinque celebrazioni eucaristiche: quella “vigiliare” con una ricca fioritura scritturistica sul modello di quella pasquale; una seconda e caratteristica celebrazione è quella “della notte”, tanto apprezzata soprattutto popolarmente; vi è poi una eucaristia “all’aurora” e finalmente quella “nel giorno”, di più densa partecipazione.
I testi evangelici sono tolti dalle narrazioni e meditazioni evangeliche con una lettura non precisamente intonata alla successione temporale: dal vangelo di Matteo (Mt1,18-25 Ecco come avvenne la generazione del Signore Gesù Cristo) nella vigilia; di Giovanni nella notte (Gv1,9-14 Veniva nel mondo la luce vera; a quanti l’hanno accolta ha dato il potere di diventare figli di Dio). Invece si prende da Luca (Lc2,15-20 I pastori andarono senza indugio; e, dopo aver visto, riferirono) nella celebrazione mattutina all’aurora, come poi ancora nel giorno (Lc2,1-14 La Vergine diede alla luce il suo figlio primogenito; vi erano alcuni pastori: la gloria del Signore li avvolse di luce).
Provo a farne rapida lettura in qualche affioramento da ciascun brano evangelico.
Nella vigilia si parla di Giuseppe trepido del proprio ruolo circa i disegni di Dio sulla sua sposa, immessovi invece con parte fin di autorevolezza paterna (“Tu lo chiamerai Gesù”). Viene l’“Emmanuele, il Dio con noi”, vaticinato dai profeti: in Giuseppe se ne sta avverando la lunga attesa che, nella sua umanità, lo mostra “figlio di Davide, figlio di Abramo”.
Nella liturgia della notte, la contemplazione del Verbo, in Giovanni, è bello leggerla con la densità di quel: “E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi”. Nella traduzione liturgica, se ci è reso bene (“si fece carne”) il divenire uomo del Verbo di Dio, non si avverte invece l’intensità allusiva dell’ἐσκήνωσεν ἐν ἡμῖν che propriamente dice il porre la tenda, non solo abitare: è richiamo alla tenda/tempio, presenza a dignità e difesa, di Dio – come già dal deserto – al suo (ora nuovo e universale) popolo.
Con inversione temporale rispetto a quello del giorno, il testo dell’aurora – già avvenuta la nascita – ci parla dei pastori chiamati alla greppia dall’annuncio angelico. Nella grandiosità degli eventi, “Maria, da parte sua, custodiva tutte queste cose meditandole nel suo cuore”; invito a noi, accanto a Maria, non alla sola memoria.
Solo nella Messa del Giorno, come s’è detto, Luca ci dice dell’occasionalità (che pure realizza profezia) “del compiersi dei giorni” per Maria, con la nascita a Betlemme, sì da “dare alla luce il suo figlio primogenito che avvolse in fasce e pose in una mangiatoia perché per loro non c’era posto nell’alloggio”. L’umiltà povera della nascita è però annuncio agli umili pastori (non ai potenti, sapienti del tempio) di “una grande gioia… è nato per voi un Salvatore che è Cristo Signore”.
L’annuncio angelico rimbalza sino a noi perché possiamo accogliere il Salvatore – il Verbo, Dio che si fa uomo – nella fede subito grata. Già la nascita di Gesù Dio-uomo, dona impensabile dignità all’umano, l’annuncio di vangelo e la sua croce che ne verranno, lo potranno condurre ad altezza divina.
Don Giovanni Milani

