L’ITALIA SOLIDALE CHE RESISTE:
CATENA UMANA IN PIAZZA DIAZ
CONTRO ODIO E XENOFOBIA

LECCO – C’è un’Italia che resiste: questo il messaggio lanciato oggi pomeriggio dal Coordinamento Noi tutti migranti fuori dal municipio di Lecco. Il coordinamento – affiancato da CGIL, CISL, UIL, ANOLF, ANPI, ARCI, Associazione Senegalesi di Lecco, Circolo Arci Lezioni al campo, Comunità di Via Gaggio, L’altra Via, Les Cultures, Mani tese, Pax Christi, Rete Radiè Resh – ha aderito all’appello nazionale L’Italia che resiste. La proposta era semplice: dar vita a una catena umana attorno a tutti gli edifici dei Comuni italiani, “perché abbiamo scelto di resistere alle scelte inumane di chi vorrebbe lasciar morire in mare chi scappa dalla guerra, dalla fame e dalla povertà. Perché non si torni indietro mai più”.

In una gremita piazza Diaz, il responsabile del Coordinamento ha iniziato: “Siamo qui a dire che c’è un’Italia che pensa e agisce diversamente. Non ci sentiamo rappresentati da chi fomenta odio e paura e da chi indica come nemici gli ultimi della terra, perciò c’è bisogno di alzare la voce di fronte a razzismo”. Uno dei ragazzi di Lezioni al campo poi ha ricordato che “ognuno vuole restare vicino alla propria famiglia e lavorare nel proprio Paese. Immaginate quanto è bello quando trovi un lavoro e stai bene nel tuo Paese, ma immaginate quanto è brutto quando sei in una situazione difficile e pericolosa”. E ha sottolineato: “Tanti dicono che noi immigrati spacciamo la droga e rubiamo e non rispettiamo le regole. Ma dimenticano che ci sono tanti di noi che rispettano le regole, non rubano e non spacciano ma lavorano, pagano le tasse e l’affitto regolarmente e fanno volontariato”.

Ass Casset per CGIL Lecco invece ha commentato: “Noi amiamo questo Paese, amiamo l’Italia ma è troppo facile dire ‘Aiutiamoli a casa loro’, quando sono stati gli Europei anni fa ad andare in Africa a sfruttare le nostre risorse. E questo sfruttamento oggi va avanti. Vi faccio degli esempi: il pesce in Senegal, il petrolio in Nigeria, il cacao in Costa d’Avorio, il gas in Algeria”. Sono poi state lette poesie come Refugee blues di W. H. Auden: “Il console battè il pugno sul tavolo e disse: / ‘Se non avete un passaporto siete ufficialmente morti’. / Ma siamo ancora vivi, mia cara, siamo ancora vivi”. E sono alcuni ricordati alcuni episodi di cronaca particolarmente significativi, come il suicidio di Prince Jerry a Genova: “Quando uno si toglie la vita, questo gesto si può leggere in due modi: non ce la faccio più a reggere oppure mi sarebbe piaciuto vivere in un modo diverso. Noi abbiamo una scommessa oggi: rigenerare questa storia tremenda e renderla feconda. L’energia che dobbiamo mettere in moto dentro di noi è il bene e il bello”, ha concluso padre Angelo Cupini de La Casa sul pozzo.

I. N.

 

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