MEDITAZIONE DI DON G. MILANI:
SECONDA DOMENICA DI AVVENTO

In questa seconda domenica, Luca ci presenta la figura ascetica e robusta di Giovanni Battista, ultimo dei profeti, forte nell’annuncio dell’imminenza di venuta del Signore Gesù, il Cristo atteso che “battezzerà in Spirito santo e fuoco”; diventa così per noi figura tipica dell’Avvento: ci richiama la venuta, non più solo nella storia, nell’incarnazione, ma in quella definitiva che segnerà giudizio nel trionfo del bene “Tiene in mano la pala per pulire la sua aia e per raccogliere il frumento nel suo granaio”. Il terzo vangelo introduce questa figura con precisazione storica solenne a farci attenti non solo della persona del profeta, ma al dono del Signore che ci è dato in lui; “la parola di Dio venne su Giovanni figlio di Zaccaria nel deserto”. Nelle espressioni di Luca cogliamo molte evocazioni: anzitutto il deserto, luogo antico e di riflessione; la “regione del Giordano”, fuori – ma alle porte – della Terra promessa, è richiamo e ripresa di aneliti antichi e forti; il battesimo di Giovanni è poi di “conversione per il perdono dei peccati”.

La sua robusta predicazione, vuole richiamare anche noi a non attaccarci a pretese religiose che diano senso al nostro rapporto col Signore indipendentemente dal nostro agire (“abbiamo Abramo per padre”): è personale l’impegno dell’accogliere il Signore. In questo tempo che la Chiesa ci presenta come di più segnato impegno, anche in noi sorge la domanda delle “folle” e di pubblicani e soldati, categorie che parevano distanti dal mondo religioso antico: “Che cosa dobbiamo fare?”. L’attesa era forse di gesti straordinari o in ordine a pratiche religiose in digiuni, preghiere e penitenze; Giovanni risponde a quelli, come a noi, con il richiamare i gesti semplici ed ordinari del praticare la giustizia secondo la propria condizione con attenzione delicata a chi è meno tutelato da beni materiali o abbia debolezza e fragilità.

L’Avvento ci sollecita incontro al Signore, semplicemente al senso della nostra vita cristiana come cammino, non fatto di azioni straordinarie ed eccezionali, piuttosto del vivere il nostro ordinario nel suo insegnamento che ci chiede di mettere in ogni cosa, in ogni azione, il senso profondo che lui ci ha comunicato, quello dell’amore. L’attesa del Signore non pretende che la nostra vita si stavolta: vigilare nell’attesa – come spesso si esprime la liturgia – non è alimentare ansietà e tensioni, ma praticare l’ordinaria straordinarietà dell’amore cristiano.

 

Don Giovanni Milani

 

 

 

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