MISTERO BUFFO FA 50
E IL PALLADIUM FESTEGGIA
CON MATTHIAS MARTELLI

LECCO – Al Cineteatro Palladium il 12 febbraio è arrivata l’onda lunga delle celebrazioni dei cinquant’anni dal debutto (1969) di Mistero Buffo, spettacolo-cult di Dario Fo. Il compito di divulgare il verbo del Maestro è stato raccolto da molti e anche da Matthias Martelli, guidato dalla regia di Eugenio Allegri (produzione Teatro Stabile di Torino, prima nel 2017 e poi in tournée dal 2019). Il giovane Martelli, attore, autore, performer e comico, ha alle spalle una lunga carriera e molti premi: “Lo trovate in giro costantemente per città, teatri, piazze e paesi d’Italia e d’Europa, con spettacoli e sghignazzi annessi” la presentazione sul suo sito personale. Dunque un comico itinerante, che dedica la vita al riso e si impegna con successo anche nella formazione.

È riuscito nella sua impresa di rinnovare Fo? Martelli ha la consapevolezza di misurarsi con un testo “mitico”, all’ombra di un gigante. Lo fa con spensieratezza e umiltà. Lo scopo non è di sfidare la grandezza del Maestro, ma di rendere omaggio al suo genio attraverso un “rito della memoria”. Infatti all’inizio scorrono immagini degli anni Settanta: manifestazioni, sampietrini, lacrimogeni e anche personaggi che hanno segnato un’epoca, dalle gemelle Kessler a Mina, da Topo Gigio a Celentano. Queste le coordinate socio-politiche per un tuffo nel passato, che si conclude con una bella gigantografia di Dario Fo sorridente e dalla fotografia ufficiale della premiazione con il Nobel nel 1997, motivato con questa frase significativa: “A Dario Fo, che nella tradizione dei giullari fustiga il potere e riabilita la dignità degli umiliati”.

Mistero buffo è il capolavoro che forse illustra meglio l’originalità del suo teatro. Nel Medioevo i misteri religiosi erano spettacoli improvvisati in piazza. Fo si pone idealmente in questa tradizione, componendo una giullarata di argomenti biblici, ispirati ai Vangeli apocrifi e ad altri racconti popolari, in uno spassosissimo impasto di comico e drammatico. In Rete sono reperibili alcuni frammenti video del Maestro, che ancora oggi lasciano il segno. Su una scena spoglia, si presentava vestito di nero e dava inizio a un “rito di iniziazione” del pubblico, così come ora fa anche Martelli.

Infatti in questo rito laico della fantasia lo spettatore si fa co-autore, perché dovrà immaginare tutto, dall’ambientazione storica agli oggetti di scena, come pure l’aspetto e l’identità dei personaggi. A guidarlo sarà l’attore, con i mezzi più semplici e genuini del teatro: gesto, parola, voce. Fo era aiutato dalla sua prorompente fisicità: alto, in poche falcate attraversava il palco, mulinava le lunghe braccia per aria disegnando figure, stelle, ali e intanto come un camaleonte atteggiava il viso a mille espressioni diverse. Ma soprattutto era maestro nelle sfumature della voce, capace di aprirsi in un ventaglio sempre cangiante di tonalità: bassi cavernosi, alti striduli, risate contagiose, versi onomatopeici che si sciolgono in flussi spontanei e incomprensibili di grammelot.

Dallo spettacolo di Martelli si esce quindi con la nostalgia del Maestro ma anche con il sollievo che la sua opera possa continuare a vivere. Certo, il giovane non ha forse il physique du rôle, ma si riconosce uno studio attento della mimica e del dettato vocale di Fo. Calvino diceva che un classico è tale quando “non smette di dire ciò che ha da dire”. Lo spettacolo di Fo è ormai un classico, la sua performance è unica e inimitabile, e Martelli lo sa. Ora che Fo non c’è più, occorre un’operazione di rievocazione memoriale in cui ritagliare margini di differenza e originalità. Mistero buffo deve continuare a vivere e a ricreare la magia del riso, perché la satira contro potere e indifferenza non perde mai lo smalto.

Fra un episodio e l’altro, Martelli imbastisce dei brevi raccordi comici con scoppiettanti riferimenti all’attualità (Berlusconi, il Papete, Vittorio Sgarbi, “stai sereno”, reddito di cittadinanza) e simpatiche battute rivolte al pubblico. Naturalmente è solo in scena, vestito di nero e nella sua “antologia” rinnovata di Mistero buffo, si concentra a Lecco su tre sezioni. Il miracolo delle nozze di Cana è un mirabile racconto a due voci: da un lato un Arcangelo vorrebbe raccontare la storia nella forma solenne, ma è continuamente interrotto e disturbato da un ubriaco, che ha assaporato il vino dolcissimo e profumato che Jesus ha saputo creare dall’acqua (“Bravo, Jesus, sei di vino!”), grazie alla mediazione della Madonna. Con l’ardire dell’ebbrezza, il beone comincia addirittura a spennare “l’angiolon”, lo chiama “gallinaccio”, al punto che l’angelo fugge e, una volta eliminato il discorso ufficiale ingessato, dà via libera alla creatività effervescente dell’animo popolare, che si scatena in un elogio del vino.

La seconda sezione, forse la più riuscita nella resa di Martelli, è dedicata a Bonifacio VIII, il papa assetato di potere odiato da Dante. Prima lo vediamo impegnato nella complessa vestizione, aiutato da cinque goffi chierici immaginari, che continuano a combinare disastri. Sembra quasi di vedere il pesante mantello sovraccarico di ori e pietre preziose che il papa deve indossare, e quasi rischia di cadere perché uno degli aiutanti distratto calpesta il lungo strascico! Quando finalmente si avvia solenne, vede avanzare un’altra processione, guidata da un poveraccio.

Si tratta dell’incontro impossibile ed esilarante fra il “papie” e il suo “capo” (Jesus), tutto dalla prospettiva di Bonifacio: inizialmente egli nasconde gli anelli che “sbarlussigan”, nega di aver ammazzato dei frati, tenta di mascherare la propria natura, che però continua a tradirlo. Cerca allora con le blandizie di chiedere la “perdonanza” di Jesus, si offre di portare la sua croce, ma ecco che Gesù gli dà “una pesciada” su quell’osso che da allora si chiamerà “osso sacro”. Come ha osato sfiorare la maestà del papa, lui uno straccione? Ah, se lo sapesse suo Padre dall’alto dei cieli! Bonifacio riprende i suoi panni regali, rivendica il proprio titolo di “prenze de la iglesia” e lo maledice, prospettandogli una misera morte in croce.

Dopo questa satira feroce contro il potere, l’atmosfera si scioglie con il Miracolo di Gesù bambino. Prima c’è la lunga cavalcata dei Re Magi, profondamente umanizzati; poi la fuga in Egitto e infine l’infanzia del piccolo Gesù a Jaffa. Emarginato dagli altri ragazzini, che lo chiamano con disprezzo “Palestina”, vuole attirare la loro attenzione: plasma degli uccellini di fango, soffia e questi prendono vita. Tutti restano strabiliati, fanno figure di fango dalle forme più incredibili e Gesù le anima. Il bel gioco è interrotto dall’invidioso figlio del padrone e, come tutti i bambini, Gesù scoppia a piangere, chiamando il suo papà, cioè Dio, che corre ad affacciarsi dal balcone del cielo e risponde: “Se ghé?”.

Ma ha altro a cui pensare e consiglia al piccolo di arrangiarsi. Gesù dapprima si vendica, fulminando il rivale, ma poi per l’intercessione della Madonna, lo resuscita, raccomandandogli “basta con le prepotenze”. Su questo tenero happy end, Martelli ci mostra un’ultima fotografia: Dario e Franca sorridenti. L’applauso finale è quindi per loro: grazie Dario, grazie Franca. E arrivederci alle prossime risate, con il giovane e irresistibile erede.

Gilda Tentorio

 

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