NELL’OTTAVA DOMENICA
DOPO LA PENTECOSTE
MEDITAZIONE DI DON G. MILANI

Il passo è notissimo pure continua a farci pensare. Attorno al Signore, fin con la lusinga si tenta inciampo, ed è facile, ma superficiale, registrare la risposta di Gesù come astuzia a cavarsi d’impaccio, piuttosto che insegnamento. Così anche noi rischieremmo allontanarci non tanto dal testo, quanto da ciò che ci vuol dire il Signore. I Farisei – loro così attaccati alla Legge – pur di insidiare Gesù, si alleano con gli Erodiani pur loro avversi nel fiancheggiare l’oppressore pagano; tutti certi e sicuri di porre dilemma insolubile a metterlo in cattiva luce verso il popolo o verso l’Autorità politica romana.

Consideriamo bene; il Signore non è solo abile a superare la difficoltà, piuttosto coglie occasione per insegnare offrendo riflessione. I temi facilmente si moltiplicano, tanto è vasto il campo del “restituire” a ciascuno quanto spetta: a Cesare, cioè al potere politico? Ma qui si apre riflessione su molto, forsanche sull’ambiguità di ogni “potere”. È probabilmente utile per noi riflettere sulle deleghe che dobbiamo sapere dare all’autorità politica, sull’onore da tributarle – forse oggi più difficile – sul giusto contribuire, con le imposte, al benessere comune e ancora poi molto, sul nostro essere responsabili in questi temi. Forse anche un pensiero più generale (che poi ci si appiccica anche subito addosso personalmente) sul potere in sé (l’etimo dice, possibilità!), perché ciascuno di noi ne esercita su altri ed è facile cercarvi l’istinto dell’affermazione, più che il senso vero, cristiano, che è sociale e di servizio. E dare a Dio? Non è certo impegno da poco; non basta di sicuro impegno esteriore. Qui si parla di moneta: il nostro pensiero non può subito correre ad adempimenti economici tipo otto per mille, è ovvio la riflessione dev’esser ben meglio profonda.

Sulla moneta ci sta l’immagine di Cesare: a lui quello che è suo, dice Gesù; ma noi stessi, impastati con la terra, da lui e, ancor più, animati dal suo alito creatore, ne portiamo immagine – come ogni uomo –, poi il battesimo ci innalza ancor meglio a sua immagine.Dal Signore abbiamo ricevuto proprio tutto, noi stessi siamo usciti dalle sue mani che ci han plasmato, a lui dunque risultiamo debitori di tutto quanto siamo. Il nostro agire, il fare, non può che essere ultimamente rivolto, in restituzione di bene, al Padre da cui veniamo e di cui portiamo immagine; il nostro “restituirci” al Signore deve, senza dubbio, coinvolgere i fratelli; Gesù stesso ci ha fatto precetto di reciprocità (pure a sua somiglianza): “Vi do comandamento nuovo, che vi amiate gli uni gli altri”.

 

Don Giovanni Milani

 

 

 

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