Tanto spesso il Signore Gesù ha portato assai pazienza nei confronti della rozzezza dei suoi discepoli, certo appassionati alla sua sequela, ma quanto distanti dall’intenderne il messaggio, l’insegnamento. Lo vediamo anche in quanto ci è riportato dal brano evangelico di questa domenica dove, quasi a chiedere dichiarazione di definitiva chiarezza pongono la domanda di chi – ἄρα, dunque, alla fine – sia “il più grande nel regno dei cieli”.
Par chiaro, dal momento discutessero su quel tema e ponessero quella questione sul regno, che già si sentissero nella scontata certezza di dovervi appartenere: nessuna preoccupazione di non potervi entrare loro stessi. Chiedevano dunque, in modo tanto mondano, il criterio per misurare l’importanza delle (loro) persone nel Regno e, ovviamente, la dignità nell’immediato di quaggiù, nella Comunità.
Traspare dalla discussione e dall’interpellare il Signore, il desiderio – che in altro passo e modo, si fa anche richiesta, di voler eccellere, sedere a destra e sinistra, attingere a posto di rilievo – come era davanti ai loro occhi (come ai nostri ancora) nella prassi corrente di chi detenesse potere, ma Gesù, nel suo annuncio evangelico ha da deluderli: il criterio è davvero altro.
Il Signore non dà immediata risposta al quesito, chiama prima a sé un bambino, anzi, un piccolino παιδίον: un bimbetto e lo pone ben in vista, in mezzo che sia ben evidente per pronunciare con solennità il criterio del primato nel regno: quello della semplicità senza pretese e solo capace di affidarsi davvero, come è dell’infante che si riferisce in tutto ai genitori.
Indica ancora lo sforzo a rendersi piccoli come un fanciullino e aggiunge addirittura che accogliere nel suo nome chi sia così è accogliere lui stesso.
Dall’immagine delicata del fanciullino, è facile passare al suo possibile turbamento di scandalo contro cui il Signore Gesù esprime severità tesa e radicale: piuttosto che lo scandalo di un piccolo sarebbe meglio l’annegamento in oblio fin d’annullamento lontano, nelle profondità del mare.
Anzi Gesù arriva al paradosso che possano scandalizzare le membra indispensabili all’agire, al muoversi, sin al vedere: anche allora meglio siano auto-mutilate piuttosto che impedire l’accesso alla vita, al regno.
Un ultimo argomento a dire il primato dei piccoli, il Signore Gesù, lo trova enunciando la cura che se ne ha in cielo: “I loro angeli nei cieli vedono sempre la faccia del Padre mio che è nei cieli”.
Quale sforzo chiede l’umiltà – farsi e sentirsi piccoli per il Regno – dietro a Gesù.
Nella semplicità e affidamento dell’infante il Signore trova figura e segno di sé, della propria missione, esempio e meta per il discepolo.
Don Giovanni Milani

