RELIGIONI: LA MEDITAZIONE
DI DON GIOVANNI MILANI
NELLA 4ª DOMENICA DI PASQUA

Il ritaglio evangelico è davvero minimo: subito ci è facile collocarlo nella nota polemica con i Giudei del capitolo X di san Giovanni. Gesù ha guarito il cieco dalla nascita e ancora si è acuito il dissenso con i Giudei, anche quelli che, nella festa della dedicazione del tempio, lo circondano volendolo forzare a dichiarare se sia il Cristo.

La risposta è che l’affermazione è già avvenuta, ma il loro non riconoscerla ha motivo nella non appartenenza alle sue pecore. È infatti questo il capitolo che ci porta la figura di Gesù pastore buono (o bello, come s’esprime il testo) di contro al mercenario cui non importa del gregge; lui ripetutamente ha dichiarato porre la propria vita per le pecore.

L’immagine del pastore – certo desueta alla nostra esperienza diretta – ci è ben nota, ma insieme è anche evocativa, in questa domenica che ci invita alla vicinanza, soprattutto di preghiera, con le vocazioni di particolare consacrazione nella Chiesa. Gesù “conosce” bene le sue pecore, così afferma che chi lo interpella polemicamente non rientra nel suo gregge. Tra lui e le pecore vi è un legame robusto di intesa, giacché esse “ascoltano la sua voce” e lo “seguono”.

Qui, il Signore, dice del dono della vita che lui offre alle sue pecore: è la vita per sempre per cui non potranno andare perdute mai dalla sua mano. Ma, già ancor prima, ha affermato di porre la propria vita per le pecore, per chi lo segue.

Intendiamo bene che il dono della vita non consiste semplicemente nell’occuparsi totalmente del gregge, bensì nel sacrificio totale che si compirà sulla croce e fiorirà nella vita nuova (quella eterna in cui saranno saldamente nella sua mano e in quella del Padre).

Mentre afferma la propria conoscenza del proprio gregge parla di un ascolto e di una sequela delle proprie pecore che ci fanno pensare al nostro rapporto con lui. La sua disposizione per noi – sue pecore – è totale, sino a dare la vita, a noi è chiesta questo ascolto, questo seguirlo che nel testo è espresso in modo tanto piano, ma per noi è da rinnovare nell’impegno. Ascolto è il primo accostarci che prende forza nell’andare dietro, nel gustare una appartenenza che diventa condivisione e comunione d’esperienza e di vita.

Mi pare però da non lasciare cadere – in queste poche righe – l’insistenza che il Signore Gesù pone nell’affermare il suo essere e agire con il Padre, sino all’affermazione tutta teologica di essere unità col Padre; una unità che non riguarda lui solo, ma le sue pecore stesse, riguarda anche noi che proprio per l’azione di Gesù siamo posti nella realtà divina: saldamente nella mano – come abbiamo visto – oltre che di Gesù, del Padre.

 

Don Giovanni Milani

 

 

 

 

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