TEATRO/A LECCO UNA ANTIGONE
CHE PARE POCO SANGUIGNA.
E IL PALLADIUM NON FACILITA

LECCO – Al Cineteatro Palladium il 5 febbraio si è vista la produzione catanese di un grande classico, Antigone di Sofocle, per la regia di Laura Sicignano, in tournée fra pochi giorni al Teatro Carcano di Milano.

Nel mito Antigone non esita a trasgredire la legge della polis per seppellire il corpo del fratello Polinice traditore. È giusto seguire l’istinto viscerale dalla pietas sovvertendo l’ordine della città? Certo ammiriamo la sua statura eroica, eppure la sua opposizione assoluta alla legge, la dedizione totale a Ade è un atteggiamento estremo quasi respingente. A teatro infatti le scelte dei registi in genere sono polarizzate: si accentua il suo carattere monolitico, irremovibile, a tratti perfino crudele con i vivi (ad esempio la debole sorella Ismene) oppure si cerca un respiro più femminile, che comprende dubbi e tremori.

Forse anche per i grossi tagli al testo originale, l’Antigone della Sicignano risulta tiepida, lontana dagli estremismi che fanno di lei un personaggio assoluto e tragico: la sua lotta contro il potere non è riuscita a colpire al cuore, non abbiamo trovato in lei la forza prorompente di una “sovversiva” o “terrorista”, come viene spesso apostrofata dal re Creonte. Ad esempio un’occasione sciupata: i volgari guardiani del potere trascinano prigioniera Antigone (Barbara Moselli) coperta da un velo (quasi un burqa) e la legano alla palizzata. Nel dialogo cruciale Antigone/Creonte, che oppone le due visioni del mondo, ci saremmo aspettati un confronto anche di corpi, un tendersi di corde e scalpiti di ribellione, invece lo scambio scivola via senza particolari impennate.

Nella volontà di “asciugare” il testo, si è deciso di eliminare il commovente addio alla vita di Antigone che, condannata, si avvia al suo sepolcro. Nella resa scenica invece la vediamo tremare e balbettare, sopraffatta dal panico, perché in fondo è solo una ragazza inerme in balìa degli sgherri del re, maschi aguzzini che la deridono cospargendola di sabbia. Si poteva evidenziare il confronto impari fra generi, ma la tensione si scioglie senza troppi grumi di densità tragica.

Se il Coro greco antico ha il ruolo di personaggio collettivo dentro e fuori dal tempo narrativo, la regista sceglie di limitarsi a quattro elementi con un rovesciamento significativo: non sono i vecchi saggi della città, bensì i vili cortigiani del re, prima tutti lusinghe e blandizie, poi quando il sovrano è abbattuto dalle disgrazie ipocriti burattinai.
Assai discutibile è la scelta di rendere il profeta cieco Tiresia come un mago-sciamano, visionario e un po’ tocco. Le sue parole profonde a Creonte (“hai sepolto una viva e lasciato insepolto un morto”) perdono in forza espressiva.

L’obiettivo della regista non risulta chiaro. Nelle sue intenzioni Sofocle è un pretesto per un ritratto della Sicilia, divisa tra potere e strapotere, bene e male, ribellione e anarchia. Eppure questa sicilianità è poco perspicua. Forse si può ravvisare nei tratti del re Creonte (Sebastiano Lo Monaco) che è sprofondato nella sua poltrona come un “padrino”, lusingato dai suoi tirapiedi, indolente e sicuro nel suo principio di virilità, salvo alla fine sprofondare nella disperazione, circondato dai cadaveri. In anni recenti Creonte è spesso diventato osservatorio privilegiato per un’anatomia del potere, disvelato nelle sue contraddizioni, ma qui il trapasso sembra troppo veloce e poco studiato.
La sicilianità però scivola verso scenari che rinviano al Medio Oriente (anfibi, tute militari, passamontagna), riferimento insistito anche nella sabbia, che scorre fra le dita del corifeo come simbolo di vanitas vanitatum. Molto suggestiva la musica in scena ricreata da Edmondo Romano, che costruisce tappeti sonori ritmati o intermezzi di forti sonorità grazie a strumenti tradizionali (tamburo, flauti, santur).

L’immagine è quella di una società arretrata, patriarcale e misogina: la donna è sottoposta al potere forte e maschile, anche la regina è muta, imbalsamata nei suoi paramenti o burattino manovrato dal re e dai suoi accoliti. Antigone viene quindi punita soprattutto perché è donna. La sua diversità è sottolineata anche dal cromatismo: in veste nera perché porta il lutto per i fratelli, e anche “pecora nera” che infanga il “candore” del potere maschile. La regista vuole anche sottolineare il contrasto generazionale e, infrangendo una regola ferrea degli spettacoli antichi, sceglie di mostrare in scena i cadaveri di Antigone ed Emone, il figlio del re suicida: la gioventù pura che crede nell’ideale è schiacciata dalla macchina del potere. C’è però una nota stonata che tocca il grottesco quando, al culmine della disperazione per la morte del figlio, la regina offre il seno al cadavere (un vano tentativo di resurrezione? L’evocazione della maternità spezzata? Il rovesciamento dell’iconografia di una giovane che allatta un vegliardo?).

L’impressione è di tanti spunti compressi o non ben amalgamati, complice anche la capienza ridotta del palco del Palladium, che non ha consentito di installare l’intera scenografia. Forse in una situazione scenica più ampia e consona, il respiro sarebbe diverso.

Gilda Tentorio

 

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