TEATRO/DIVERTONO AL PALLADIUM
“LE ALLEGRE COMARI DI WINDSOR”.
IN SCENA TUTTO AL FEMMINILE

LECCO – Una rivisitazione di Shakespeare tutta al femminile ha divertito il pubblico lecchese del Palladium: Le allegre comari di Windsor. Particolare è la genesi di questo spettacolo. Nel 2016, quarto centenario dalla morte del grande Bardo, il Teatro Bellini di Napoli lancia l’importante progetto di Gabriele Russo: “Glob(e)al Shakespeare”, una maratona teatrale di sei riscritture, dirette da sei registi, due per serata. Occorre quindi sforbiciare il testo, ridurre le parti, scegliere un taglio tematico. Alla sfida risponde anche la regista Serena Sinigaglia, nota per la sua profonda sensibilità, che affida la riscrittura alla penna di Edoardo Erba. Si tratta di una coppia artistica consolidata, che ha già al suo attivo molti successi.

Testo e drammaturgia contribuiscono a uno sguardo originale sull’opera, consegnata totalmente alle donne. Cinque le interpreti, che si alternano nei ruoli. Sullo sfondo, una costruzione leggera che riproduce le forme dei centrini, fragili ricami che decorano una vita borghese vuota e fondata sull’ipocrisia. Le due protagoniste (le “comari” del titolo) sono la signora Page e la signora Ford: parrucche, abiti bianchi, trucco eccessivo che quasi ne deforma i lineamenti. Sposate, appartengono all’alta società. Entrambe hanno ricevuto una lettera d’amore, ne sono lusingate e vogliono confidarsi, anche per pavoneggiarsi l’una agli occhi dell’altra. Assai riuscita la scena dell’incontro: le due “amiche” sorseggiano il tè lentamente, con pause di silenzio prolungato, conversazioni di convenienza e di facciata, freddure e punzecchiature ironiche. Un duello di parole, in cui si studiano per scoprire un punto debole e dare l’affondo, che in questo caso è la rivelazione della lettera. L’incanto ben presto si scioglie, perché scoprono di essere state ingannate: la lettera d’amore è identica e proviene dallo stesso mittente, il grasso e cialtrone Falstaff. Decidono allora di vendicarsi e di punire il “laido, libidinoso e furfante” che ha osato fare loro profferte poco oneste, mirando alla loro borsa e non certo spinto dal sentimento. Ad aiutarle sarà Quickly, che la regia sceglie di far diventare serva della signora Page: è scaltra, non ha peli sulla lingua, una vera donna del popolo esperta di maneggi e furberie. Personaggio secondario è la figlia della signora Page, innamorata del giovane Fenton (personaggio muto en travesti, che suona la fisarmonica).

L’aspetto interessante è la scelta di evitare l’ingresso di qualsiasi personaggio maschile. Occorrono quindi espedienti linguistici. Ad esempio: “mio marito direbbe…”, introduce il discorso del capofamiglia, imitato dalla moglie, che lo rende ridicolo e caricaturale. E poi l’intero ordito dell’inganno ai danni di Falstaff (attirato nella casa della Ford e poi nel bosco) viene simulato, o meglio “recitato”. Quickly indosserà la parte del vizioso crapulone e si darà inizio a un’esplosione di creatività, che pare nascere in primo luogo dalla noia: che bello immaginare di punzecchiare Falstaff, dopo averlo però illuso con moine e flirt abbozzati! Le signore fanno del teatro nel teatro, in una progettualità un po’ disordinata, che prevede improvvisazioni, consigli “registici”, trovate sceniche, coinvolgimento del pubblico, previsione di colpi di scena, prima di tornare con un sospiro alla banale quotidianità.

Importante è anche la punteggiatura musicale: alcuni momenti sono cantati e si riconoscono le note e le celebri arie del Falstaff di Giuseppe Verdi (“Quand’ero paggio, ero sottile, ero un miraggio, vago leggero, gentile, gentile”), dal libretto di Arrigo Boito.

Buone, molte buone le idee della riscrittura e brave le attrici, anche se la linea dell’interpretazione non è risultata del tutto efficace. Si è scelto il tono del grottesco e della caricatura (gridolini, smorfie, mossette e artifici a lungo andare stucchevoli). Lo scopo era di accentuare la differenza fra i ruoli imbalsamati imposti dalla buona società e il mondo ribollente di fantasia che le donne sanno immaginare; tuttavia l’ironia sottile in questi casi sortisce effetti più incisivi di grida enfatiche e facili clownerie.

Gilda Tentorio

 

 

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