TEATRO: NATALINO BALASSO
RISCRIVE GOLDONI IN SALSA POP

Fonte: http://www.progettourt.it/iduegemelli/

LECCO – “Spegnere la suoneria del cellulare per non disturbare, ma poi guardare lo schermo ad ogni notifica è come mettere l’auto in folle e finire nel lago”, avvisa la voce off dal forte accento veneto di Jurij Ferrini, tornato a Lecco in veste di attore e regista di I due gemelli, martedì 19 novembre. E se anche sentiremo qualche parolaccia, ci avverte, non dovremo scandalizzarci: significa che quel personaggio non può che parlare così!

Si tratta di un particolare adattamento dalla commedia di Carlo Goldoni, I due gemelli veneziani (1747): il capolavoro del Maestro viene svecchiato dalla penna di Natalino Balasso, comico, scrittore e attore con cui Ferrini ha già collaborato.

Il sipario si apre su una scena semplice, disseminata di tavoli di ferro che verranno poi issati in verticale a formare pareti, impilati a fingere piani rialzati e balconi, disposti in obliquo con tanto di cartello per indicare l’osteria dove si va a bere un sorso in compagnia, tutto a scena aperta e a ritmo di musica. Sullo sfondo un pannello fungerà da paravento per i veloci cambi di costume e di identità, e non a caso reca tre frasi interrogative: Chi sono? Cosa faccio qui? E soprattutto, perché?

Sono domande che indicano il totale smarrimento di chi si scopre invischiato a propria insaputa in una girandola di eventi manipolati dagli altri. Ogni tentativo per capire significa affondare sempre di più nelle sabbie mobili dell’incertezza. Goldoni ha costruito infatti una trama di vorticosi equivoci attorno ai protagonisti, gemelli identici come gocce d’acqua. Zanetto e Tonino si muovono a tentoni in un mondo impazzito e l’alfabeto della realtà sembra capovolgersi: una borsa piena di denari passa da una mano all’altra con accuse infondate di furto, una fanciulla onesta viene scambiata per una prostituta… Un mondo fluido, dove ogni dettaglio è pronto a mutarsi nel suo contrario, la verità confina con la menzogna, i personaggi si rivelano avidi e meschini, e addirittura la commedia diventa tragedia.
Dunque, un materiale metamorfico che si presta alla resa farsesca, perché le scene in cui si intrecciano gli equivoci sono davvero spassose; c’è però anche una vena di amaro sarcasmo che induce a riflettere sul tema dell’identità.

Balasso rinuncia al dialetto veneziano (solo Brighella ha un forte accento bergamasco) e, per calcare le differenze tra i gemelli, l’attualizzazione viene cercata negli anni ’70: ciò dà luogo a una caricatura, non senza un velo di rimpianto, di una gioventù polarizzata fra rossi e neri. Zanetto è un cantante rock dai testi surreali che cerca di sfondare, un figlio dei fiori maturo che gioca a fare il giovane, con un’idea del mondo ottenebrata dall’uso improprio di droghe. In realtà è timido e insicuro (si affida ad Arlecchino, tour manager un po’ cialtrone), con movenze ambigue e troppo effeminate che secondo la casa discografica vanno corrette con un matrimonio di facciata. Eccolo dunque a Verona per sposare la figlia del dottor Balanzoni, un chirurgo estetico che “vende” la figlia pur di colmare i propri debiti. Nella stessa città arriva però anche il fratello Tonino, che invece è un macho sessista e fascista (“Dio, patria, famiglia”, “Boia chi molla”), sicuro di sé e pronto a menare le mani, alla ricerca dell’amata Beatrice. Risultato: equivoci esilaranti.

Intorno a loro ruotano personaggi che tradiscono fedeltà e amicizia per migliorare la propria condizione (ascesa sociale o conquista sessuale), donne decise a difendere il proprio onore o emancipate ma confuse, sbirri che imitano i detective delle serie tv, figli dei fiori imbambolati dai fumi di marijuana, e soprattutto tanta musica (pop italiano, ma anche Battisti e i Doors).

Bravi tutti gli attori, spesso impegnati in molteplici ruoli, pronti a cambiare veste, ruolo ma anche timbro e cadenza della voce. Ferrini recita entrambi i gemelli e lo fa con il suo solito agio, ma notevole è anche l’interpretazione di Marta Zito (nei panni di una spumeggiante Colombina dagli accenti sudamericani e di Beatrice, decisa ma fragile).

I momenti migliori sono quelli in cui il meccanismo del comico funziona senza troppi orpelli o aggiunte: giochi di parole (la “borsa di Guccini”), trionfo del doppio. Divertono le battute metateatrali, ma talvolta i toni sono sopra le righe, le invenzioni stancano un po’, la trama si avviluppa in lungaggini che cercano il riso facile del pubblico, per sfrangiarsi nel finale, dove il drammatico (omicidio e involontario suicidio) si stempera in un “volemose bene” inatteso che strizza l’occhio perfino alle tematiche di genere…

Gilda Tentorio

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