TEATRO/UN SIMENON AMARO
APRE LA STAGIONE LECCHESE

LECCO -È iniziata mercoledì 6 novembre la nuova stagione teatrale 2019-2020 del Comune di Lecco (ospitata dal CineTeatro Palladium, in attesa dei lavori di restauro per il Teatro della Società). Il debutto della prosa si inserisce idealmente nelle celebrazioni dei trent’anni dalla morte di Georges Simenon, con la riduzione teatrale del suo romanzo Il gatto (1966), per la regia di Roberto Valerio e la produzione della Compagnia Umberto Orsini.

Oltre ad aver creato il fortunato personaggio del commissario Maigret, Simenon è autore anche di racconti erotici, sentimentali, di intrigo, d’avventura, in cui dà voce a un’umanità infelice e incattivita, in scenari di profonda desolazione e amarezza. Il cinema si è ispirato spesso alle sue storie, come pure il teatro (lo scorso ottobre al Teatro Carcano di Milano è andato in scena La camera azzurra, regia di Serena Sinigaglia).

Nel romanzo Il gatto Émile e Marguerite sono due vicini di casa, entrambi vedovi. Simpatizzano e decidono di sposarsi: riusciranno a vincere le differenze di carattere e di provenienza sociale, per condividere il crepuscolo della vita? Ben presto si arriva al logoramento dell’abitudine, all’indifferenza e ai dispetti. Tuttavia l’ostilità affila le armi attorno a due animali: Marguerite coccola e vizia il variopinto ed elegante pappagallo Coco (“stupido pennuto”, secondo Émile), simbolo del sogno di una fuga impossibile. Émile invece si dedica a Giuseppe, un gatto randagio che, come lui, ne ha viste di tutti i colori, ma mantiene il suo fascino di felino indipendente e indomito: per Marguerite si tratta solo di “un volgare gatto puzzolente e spelacchiato”.

La tensione esplode quando il gatto viene trovato morto: Émile, convinto che sia stato avvelenato dalla moglie, in un accesso d’ira si avventa sul pappagallo, provocandone la morte. È un punto di non ritorno: perduti gli animali-totem di desideri vivi ma inespressi, la coppia regredisce a una condizione pre-logica. Decidono entrambi di trincerarsi dietro un muro di silenzio e di sospettoso rancore.

Per raccontare la vicenda, la regia sceglie la via del non-lineare: come nel romanzo, ci sono continue sovrapposizioni fra presente e passato. Inoltre i dialoghi tra i due sono alternati a una narrazione in terza persona, che domina soprattutto nella seconda parte: quando protagonista è il silenzio, sono i personaggi a farsi narratori di se stessi, a descrivere i propri atti mentre li compiono.

E lo spettatore da che parte sta? Segue ora un punto di vista, ora l’altro, intuisce la deformazione soggettiva della visuale, impara a prevedere le reazioni della coppia e in un certo senso quindi si fa complice del duello. Mirabile è la mimica degli attori (Alvia Reale e Elia Schilton), che ad esempio accennano i gesti della quotidianità senza il bisogno dell’oggetto concreto: il bicchiere è vuoto quando lo portano alla bocca, ma tutti capiamo che si tratta di un liquore forte; Marguerite sferruzza con un gomitolo invisibile, eppure il ritmo nervoso delle dita è così reale… C’è inoltre un gioco di riflessi: mentre il rapporto dei due si sgretola, fuori anche il quartiere viene fatto a pezzi dalle demolizioni. La coppia dunque è fuori sincrono, impotente di fronte alla modernità che avanza ingoiando la memoria.

La parte migliore dello spettacolo è nella tensione palpabile, nel duello amaro di sguardi e smorfie. Talvolta però il tono si fa troppo realistico e grottesco, creando sbalzi forse voluti, per sottolineare la “stonatura” della scelta di Émile, che cerca fuori casa l’illusione un po’ patetica di gustare nuovamente la vita come in gioventù. Ma, piuttosto che affrontare la vita in solitaria, decide di ritornare e di condividere la solitudine sotto lo stesso tetto. Ricomincia allora il balletto dell’incomunicabilità e delle offese. Solo a volte nasce il desiderio di creare brecce in questo muro, ma nessuno ha il coraggio di fare il primo passo. Finché non ci sarà più tempo…

Gilda Tentorio

 

 

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