TEDESCHI AL PALLADIUM.
IL MONDO DI PIRANDELLO
TRA SORRISI E TRAGEDIA

LECCO – Mancano pochi minuti all’inizio dello spettacolo al Palladium, mercoledì 23 febbraio. Due figure in abiti démodé si aggirano fra le poltrone, scrutano il pubblico e sorridono, aiutano i ritardatari indicando i posti ancora vuoti. Gli spettatori chiacchierano e non si accorgono che il meccanismo teatrale è già partito: infatti l’intento del regista Marco Rampoldi è proprio costruire con giocosità lieve una “trappola” pirandelliana, nelle Lezioni semiserie per Un uomo dal fiore in bocca.

Sul palco compare Corrado Tedeschi, attore e conduttore di fortunate trasmissioni televisive, che divide la sua vita fra il piccolo schermo e la scena. Forte anche della notorietà del suo volto, non gli riesce difficile porre in atto il primo artificio pirandelliano: Tedeschi “buca” la quarta parete e comincia un dialogo con gli spettatori, di cui esplora gli umori, scioglie le timidezze con battute frizzanti, si guadagna simpatia e fiducia. Racconta che ventidue anni fa ha ricevuto i diritti d’autore per il monologo L’uomo dal fiore in bocca dagli Eredi Pirandello, che gli hanno imposto però due condizioni: il riferimento vincolante a un “breviario pirandelliano”, per garantire un contatto autentico con il pensiero del Maestro, e anche la presenza ingombrante di due “controllori”, che appuntano quanto succede durante la rappresentazione, per fare poi rapporto. La cosa strana però è che tali intrusi non sono persone bensì Personaggi, fuggiti via da chissà quale opera dell’autore. Chi meglio di loro può testimoniare la fedeltà al verbo di Pirandello?

L’uomo (Claudio Moneta) mimerà l’atto di appuntare, soddisfatto di ritrovare ogni tanto espressioni dell’altro secolo (come “viepiù”) o affascinato dalle strane parole odierne (come “test”), la donna (Roberta Petrozzi) si calerà a breve nelle pagine di un romanzo pirandelliano.

Nella prima parte Tedeschi, con il pretesto di fare bella figura con i due “supervisori” chiede la complicità del pubblico: sceglie quindi due giovani che dovranno magnificare la sua esibizione come se fossero apprezzamenti spontanei, ne chiamerà sul palco altri per mettere in pratica un “esperimento dello specchio” (dovranno recitare espressioni di meraviglia, cordoglio, rabbia) e un altro dovrà addirittura recitare un “Oh” di disappunto. Il pubblico lecchese sta al gioco, le ritrosie sono presto vinte, anche i timidi si lanciano, mentre i non-chiamati tirano un sospiro di sollievo. Non mancano gli imprevisti fra questi attori improvvisati: tempistiche non rispettate, reazioni inattese e disinvolte, e le conseguenze sono comiche.

Fra una risata e l’altra, ascoltiamo brani dal romanzo Uno nessuno centomila, ad esempio la celeberrima pagina iniziale. Il complesso pensiero di Pirandello viene scomposto in “scenette” dall’intento didascalico: se in fondo il pubblico è come uno specchio, gli altri ti vedono diverso da come credi di conoscerti (e ne ridono); tu hai “sentito” l’estraneo che è in te?

Un dispositivo interessante per avvicinare il mondo di Pirandello, ma si dimostra troppo vicino all’idea di cabaret e rischia di sovrastare la costruzione pirandelliana che Rampoldi ha voluto ideare. Fra il pubblico serpeggia la voglia della risata facile, il brivido dell’attesa (e adesso che cosa si inventerà? Chi sceglierà per la nuova scenetta sul palco?) ed è difficile riportarlo nei ranghi della riflessione.

E così risulta brusco il passaggio alla seconda parte del dittico. Le luci si spengono sulle parole delle splendide pagine conclusive del romanzo, con il famoso “la vita non conclude” e dopo un intermezzo musicale, siamo catapultati nell’atmosfera evocativa de L’uomo dal fiore in bocca, atto unico rappresentato per la prima volta esattamente cento anni fa. Ora non si scherza più.

Un uomo ha appena perso il treno e il tempo dell’attesa viene colmato dall’incontro con uno strano individuo, un habitué della stazione e della solitudine che attacca bottone. In breve i suoi interventi si trasformano in un monologo, da cui emerge gradualmente la tragedia: la Morte è passata e gli ha donato un “fiore in bocca”, un tumore che non gli lascerà scampo. Se l’uomo ordinario è fermo in stazione per attendere un treno, e cioè l’opportunità di esperienze (e magari anche scocciature) future, l’altro è consapevole di essere ormai al capolinea, perché questa è solo l’anticamera della fine. Racconta allora dei suoi tentativi disperati di tenersi attaccato alla vita degli altri, attraverso l’osservazione dei dettagli più minuti e insignificanti (gli spaghi dei pacchi, le sedie piene e poi vuote nell’ambulatorio di un medico). Ma “la vita è sempre ingorda di sé e non si lascia assaporare” e al contrario la morte a volte è una minaccia incombente di cui siamo inconsapevoli (Pirandello fa riferimento agli abitanti di Messina, spazzati via dal terremoto e maremoto del 1908), altre volte invece – come nel caso specifico – è solo questione di giorni. La moglie dell’uomo, che compare come un’ombra, lo segue ovunque e lo vorrebbe a casa per accudirlo o forse “ingabbiarlo” nella prigione dorata del suo affetto, senza comprendere questa sua sete di vita.

Questo secondo respiro dello spettacolo, che dà voce all’autentico Pirandello, resta avvolto da una malinconia soffusa. Il pubblico, che prima è stato spiazzato, destituito del suo ruolo di osservatore passivo, interrogato sulla propria identità, torna a essere spettatore: si dispiega davanti ai suoi occhi la tragedia della solitudine, dell’incomunicabilità, della “morte addosso”. Un’esibizione accurata, ma forse la tragedia risulta appannata dalle lezioni semiserie precedenti.

Gilda Tentorio

 

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