TUMORE OVARICO: IL ‘MANZONI’
TERZO OSPEDALE IN LOMBARDIA

LECCO – L’Ospedale “A. Manzoni” di Lecco è il terzo in Lombardia per quanto riguarda il trattamento del tumore ovarico. In occasione della giornata mondiale del tumore ovarico l’unità operativa complessa di ginecologia e ostetricia dell’ospedale ha organizzato con ACTO Lombardia (Alleanza Contro il Tumore Ovarico) una giornata per le donne affette da tumore ovarico.

“Come per ogni tumore, compreso quello ovarico, per curare bene è necessario stringere delle solide alleanze tra i vari specialisti. Tanto le pazienti in trattamento quanto quelle guarite, per un coinvolgimento a tutto tondo che si occupi di prevenzione, stili di vita, cure e i diversi aspetti della vita delle donne durante il trattamento e a trattamento ultimato – ha dichiarato Paolo Favini Direttore Generale dell’ASST di Lecco – Questo è il motivo per cui teniamo così tanto alla collaborazione con ACTO Lombardia.

“L’idea de La casa delle donne è nata nel 2020, proprio durante il primo lockdown, partendo da un’accurata valutazione di ciò di cui si ha più bisogno dopo una diagnosi di tumore ginecologico – racconta Alessia Sironi, Presidente di ACTO Lombardia – Noi di ACTO Lombardia conosciamo bene le esigenze delle donne perché siamo tutte passate attraverso questa grave neoplasia, ecco perché sappiamo che è necessario garantire un supporto a 360 gradi: un sostegno che va dalla nutrizione alla bellezza, fino all’attività fisica e all’aiuto psicologico. È proprio questo che ci ha portato a volere fortemente un progetto che riuscisse a trasmettere più fiducia alle donne attraverso la cooperazione e l’alleanza tra medici e pazienti e che permettesse a tutti di fare squadra perché #alleatisivince”.

L’Ospedale di Lecco si è posizionato al terzo posto in Lombardia come numero di casi di tumore ovarico trattati nel 2018, dopo lo IEO e l’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano, con la cura di 56 casi – la dichiarazione di Antonio Pellegrino, Direttore dell’Unità Complessa di Ginecologia e Ostetricia dell’Ospedale “A. Manzoni” di Lecco – Nel 2020, annus horribilis per tutti i trattamenti chirurgici a causa della pandemia, i casi di tumore ovarico trattati dalla ginecologia di Lecco sono stati comunque 38. In Italia, paese considerato ad alta incidenza, si sono registrati circa 5.200 casi di tumore ovarico nel 2018, una neoplasia relativamente rara se confrontata con quella della mammella. Ne è colpita 1 donna su 82 contro 1 su 8 per la mammella. Per la cura del tumore ovarico la chirurgia ha un ruolo determinante e può essere molto impegnativa, motivo per cui le pazienti devono essere riferite in centri che fanno un elevato numero di questi interventi e che, pertanto, dispongono di una equipe composta da diversi specialisti che collaborino alla riuscita dell’intervento stesso”.

“Se la chirurgia ha un ruolo determinante, non meno importanti sono le terapie mediche – l’intervento di Antonio Ardizzoia, Direttore del Dipartimento Oncologico dell’ASST di Lecco – Il trattamento chemioterapico standard è ampiamente consolidato, ma oggi abbiamo a disposizione anche anticorpi monoclonali e farmaci a bersaglio molecolare che sfruttano le mutazioni genetiche della cellula tumorale. Sono inoltre in corso studi con farmaci potenzialmente efficaci che potrebbero entrare a far parte della terapia del tumore ovarico nei prossimi anni. La categoria di farmaci al momento più promettente è rappresentata dai farmaci stimolatori del sistema immunitario che si sono già dimostrati efficaci per altri tipi di tumori. Da qui l’importanza della ricerca clinica che viene svolta dal Dipartimento Oncologico e della continua collaborazione stretta fa ginecologi e oncologi”.

“Il ruolo dell’anatomopatologo è fondamentale nella definizione dell’”identikit” del tumore ovarico e talora il patologo può suggerire la ricerca di specifiche mutazioni o alterazioni geniche. Attualmente la genetica offre una grande opportunità per la diagnosi precoce e la terapia. Infatti una quota di tumori ovarici insorgono in donne che hanno ereditato la mutazione dei geni BRCA 1 o BRCA 2 che comporta un rischio aumentato di svilupparlo. L’asportazione di tube e ovaie nelle pazienti che hanno ereditato la mutazione riduce in maniera significativa la possibilità di un tumore ovarico” ha dichiarato invece Cristina Riva, Direttore dell’Unità Operativa Complessa di Anatomia Patologica dell’Ospedale “A. Manzoni” di Lecco.

 

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