LECCO – Una serata carica di storia e riflessioni quella organizzata dal Celtic Supporters Club e da Stop al genocidio allo Shamrock Pub di Lecco. Un appuntamento dedicato alla storia dell’Irlanda del Nord e alle ferite ancora aperte dei Troubles, il conflitto che per oltre trent’anni ha insanguinato le città nordirlandesi ed è ricco di similitudini con l’oppressione dei palestinesi a Gaza e in Cisgiordania.
Al centro dell’incontro, la testimonianza diretta di Michael Phillips (in copertina), irlandese di Belfast oggi residente a Bologna, che ha vissuto sulla propria pelle gli anni più duri del conflitto e il carcere e ne ha parlato nel libro autobiografico A Belfast Boy; a seguire, la proiezione del film Kneecap, storia dell’omonimo trio rap di Belfast che incorpora la lingua gaelica nelle proprie canzoni e si è esposto particolarmente a favore della Palestina.
Ad aprire la serata è stato Paolo Gulisano, saggista lecchese che ha offerto al pubblico un’ampia e necessaria ricostruzione storica, fondamentale per comprendere il contesto della testimonianza di Phillips. “In Italia – ha spiegato – la questione nordirlandese è stata spesso fraintesa o semplificata, ridotta a una generica “guerra civile” o a un conflitto religioso tra cattolici e protestanti”. Una lettura che, secondo Gulisano, oscura la vera natura del problema: “Si tratta di un conflitto coloniale, nato dall’imposizione britannica su un popolo che difendeva la propria identità culturale, linguistica e religiosa”.
Nel suo intervento, Gulisano ha ripercorso le tappe fondamentali della storia irlandese: dalla conquista medievale e dalla progressiva fusione tra normanni e gaelici, agli Statuti di Kilkenny, tra i primi esempi di legislazione discriminatoria; dalla persecuzione anticattolica successiva alla Riforma di Enrico VIII alla Plantation del Seicento, quando migliaia di coloni protestanti lealisti vennero insediati soprattutto nell’Ulster. Ha ricordato poi la Grande Carestia dell’Ottocento, “una tragedia immane che provocò un milione di morti e costrinse un altro milione di persone a emigrare”, fino alla divisione dell’isola nel 1921. Una partizione artificiale, quella dell’Irlanda del Nord, pensata per garantire una maggioranza unionista fedele a Londra.
“Nella Repubblica d’Irlanda – ha sottolineato – si tornò a respirare libertà. Ma chi rimase sotto il controllo britannico visse per decenni una condizione di discriminazione sistematica: niente lavoro, niente case popolari, niente diritti”. Da questa realtà nacque la scintilla dei Troubles, con l’introduzione dell’internamento senza processo, le torture, le violenze e la tragica stagione degli scioperi della fame del 1981.
Dopo questa cornice storica, la parola è passata a Michael Phillips, voce diretta degli anni più bui del conflitto. Nato nel 1975, in un periodo che lui stesso definisce “molto caldo”, Phillips ha offerto una testimonianza personale, frammento vivo della storia nordirlandese. Il racconto della sua infanzia restituisce con forza la normalità deformata di una vita sotto occupazione militare. Aveva sei anni quando sua sorella lo portò per la prima volta “in città”, un gesto apparentemente semplice ma carico di tensione per molte famiglie cattoliche.
“Non giravamo quasi mai fuori dal nostro quartiere, era troppo pericoloso. Per entrare in centro passammo attraverso un enorme cancello che chiudeva tutta la strada. C’erano tornelli, uomini e donne separati per i controlli, documenti da mostrare. Per il me bambino sembrava un gioco, per gli adulti era ansia pura”. Dietro quei controlli c’erano i soldati britannici e la RUC, la Royal Ulster Constabulary, una forza di polizia composta in larga maggioranza da protestanti. “Non avevano simpatia per noi cattolici. Lo capivi dagli sguardi, dalle domande, dal modo in cui ti fermavano”.
La quotidianità era scandita dai checkpoint, presenti ovunque: in città, sulle strade principali, ma anche nelle zone rurali. “In campagna era peggio. Non c’era nessuno a vedere cosa succedeva. Se ti fermavano, potevano anche infilarti qualcosa in macchina. Più avanti trovavi un altro posto di blocco e per te era finita”. A rendere tutto ancora più surreale, le provocazioni del fratello maggiore, capace di scherzare con i soldati: “Diceva di chiamarsi Mickey Mouse e che stava andando a Disneyland. Risultato: tutti fuori dalla macchina per un’ora. Noi lo avremmo strozzato”.
Attraverso fotografie e mappe, Phillips ha mostrato quella che definisce “architettura settaria”: cancelli blindati che separavano quartieri cattolici e protestanti, aperti solo di giorno e chiusi la sera. Molti di questi esistono ancora oggi. Il muro che corre lungo Falls Road e Shankill Road, spesso paragonato a quello di Berlino, è ancora lì. “Non è un simbolo – ha detto – è una ferita”. Le strade dei quartieri cattolici venivano spesso bloccate con enormi blocchi di cemento. “Ufficialmente servivano per controllare gli accessi. In realtà, di notte, la polizia apriva dei varchi per far entrare i gruppi armati dei lealisti. Entravano, uccidevano qualcuno e scappavano. Poi il varco veniva richiuso. È successo per vent’anni”.
Anche gli spostamenti più banali erano un rischio. “A volte la strada più sicura era la più lunga. Quella più corta diventava mortale se la macchina si fermava. Bastava una gomma bucata”. Dopo il 1969, i quartieri cattolici furono completamente militarizzati. “Gli inglesi costruirono caserme enormi nei nostri quartieri, con muri altissimi, telecamere e piattaforme per elicotteri. Nei quartieri protestanti le caserme erano piccole, senza mura. Lì non avevano paura”. Solo dopo l’Accordo del Venerdì Santo del 1998 la polizia iniziò ad aprirsi ai cattolici. “Prima era composta per il 90% da protestanti. Non c’era giustizia”.
Phillips ha affrontato anche uno dei temi più delicati: il ruolo dell’IRA nelle comunità cattoliche. “Per molti italiani l’IRA è solo un gruppo armato. Ma nei nostri quartieri erano anche i nostri poliziotti. Se succedeva qualcosa, chiamare la polizia britannica era inutile. Non venivano, o venivano per peggiorare la situazione” L’IRA, nel bene e nel male, garantiva un ordine interno e difendeva la comunità dagli attacchi lealisti. “Senza di loro saremmo stati completamente esposti”.
Crescere in quel contesto significava convivere con la paura fin da bambini. “Giocavamo lo stesso, anche con i soldati intorno. Che alternativa avevamo?”. Ma c’era una regola chiara: non parlare con i soldati. “Cercavano informazioni, soprattutto dai bambini”.
Il racconto arriva poi alla repressione più dura: gli arresti, le perquisizioni, le espulsioni forzate. Phillips ricorda come, prima della sua nascita, 50.000 cattolici furono cacciati dalle loro case a Belfast. Una zia fuggì dopo che una bomba fu piazzata nel suo giardino.
Quasi 4.000 persone morirono durante i Troubles tra Belfast e Derry. “Se rapportiamo quei numeri alla popolazione inglese – ha spiegato – sarebbe come avere 140.000 morti. Non era un problema di pochi: era ogni quartiere, ogni famiglia”. Centrale anche il tema del linguaggio settario, ancora oggi visibile sui muri. “Scrivono “Sinn Féin/IRA” come se fossero la stessa cosa. È un trucco vecchio, usato per giustificare l’uccisione dei cattolici”. Un meccanismo che Phillips paragona all’attualità: “È come dire che tutti i palestinesi sono Hamas”.
La testimonianza tocca il suo punto più duro nel racconto della detenzione nel carcere di massima sicurezza di Belmarsh, a Londra. “Una prigione dentro la prigione”, dove finivano sospetti terroristi e criminali internazionali. Celle senza luce naturale, isolamento quasi totale, giochi psicologici delle guardie. “Amnesty International ha denunciato quelle condizioni come disumane”. Phillips racconta di come, per non spaventare la nipotina, le dissero che lo zio era “in vacanza” per quindici mesi.
Prima della proiezione del film Kneecap, Phillips ha voluto chiudere con una riflessione culturale. “I ragazzi dei Kneecap vengono da Falls Road, come me. Cantano in gaelico e hanno rilanciato la lingua in tutto il mondo”. Un paradosso della storia: “Anche grazie all’oppressione britannica, il gaelico oggi vive una nuova vita”. Ma il meccanismo repressivo non è finito: “Uno di loro è stato accusato di terrorismo solo per aver sostenuto la Palestina. È lo stesso schema di sempre”.
Michele Carenini
