Servirebbe Maigret.
Ma noi non siamo Simenon, e possiamo solo limitarci agli indizi, senza la presunzione di risolvere il caso.
Di certo un colpevole c’è. Ed è il consigliere o la consigliera di centrodestra che alle elezioni provinciali di sabato 24 gennaio ha messo nell’urna una scheda nulla, non dando il proprio, pesante, voto alla presidente Alessandra Hofmann. Una maxi croce su tutta la scheda l’ha di fatto annullata, gettando suspence sulla fase finale dello scrutinio.
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Alcuni sembrerebbero esentati dal sospetto, non fosse altro perché di mezzo c’erano le proprie terga, come nel caso del consigliere comunale lecchese Simone Brigatti che vedeva legata la propria delega in Provincia alla riconferma della Hofmann. La Lega ha avuto l’ordine perentorio di sostegno alla presidente sia da Salvini che da Massimiliano Romeo (il segretario regionale che aveva usato toni ultimativi verso gli alleati) con tanto di messaggi personali inviati a militanti. Pochi potrebbero pensare al gruppo civico, che vive sotto le insegne della bontà e della lealtà che Peppino Ciresa pratica da una vita.
Le ricerche si concentrano su altri. E qui entriamo nel campo dei “si dice”e dei sussurri. Non è facile immaginare le ragioni per provare a mandare ko la Hofmann, ma come sappiamo il segreto della “gabina” invoglia alle manovre più strane. Si procede per indizi e ipotesi, niente di certo.
É nota, ad esempio, l’avversione dell’ala zamperiniana alla rielezione della presidente. Vecchie ruggini: le rinfacciava di aver fatto campagna elettorale per Mauro Piazza, proponeva come alternativa nomi a lui vicini a mezzo stampa, telefonava a diversi sindaci con toni critici (per usare un eufemismo), non le ha lesinato critiche anche durante gli incontri elettorali dell’ultimo mese. Una sconfitta della Hofmann inoltre avrebbe avuto risvolti positivi: far fuori dentro il partito la corrente Negri/Mambretti, una vasta area di “volonterosi” che sempre più mal lo sopporta e che ha dato un contributo fondamentale alla vittoria elettorale di ieri a Villa Locatelli; sarebbe stata una lieta novella per la coppia Fragomeli/Gattinoni verso la quale più volte abbiamo documentato il feeling; avrebbe costretto Mauro Piazza a candidarsi a Lecco come extrema ratio per salvare qualcosa del centrodestra lecchese, sgomberando il campo in Regione ed esponendo il fianco a qualche ulteriore sgambetto nelle urne (ve lo vedete Zamperini che fa credibilmente la campagna elettorale per #ilmaurogiusto?).
Insomma, tutto questo collegare puntini porta più di uno a sospettare che possa essere arrivato un ordine secco e riservato affinché mancasse, proprio all’ultimo miglio, un voto pesante per la riconferma della Hofmann. E il campo dei sospettati, direbbe Maigret, a questo punto si restringe, virando di genere.
Chissà. L’unica cosa certa è che la grande croce sulla scheda elettorale evidenzia un calvario mai finito per il centrodestra lecchese. Anche nel momento di gioia per la Provincia, c’è una macchia, un tormento, un disagio, un colpo basso, un tranello. Mai niente di lineare e facile, come richiederebbe la sfida.
Chiunque sarà il candidato sindaco, Carlo o Filippo, dovrà tenere conto di questo segnale brutto, di questo clima pessimo. Una scenetta che rende felice Gattinoni, che assorbe così il brutto colpo della sconfitta di Vergani di cui era primo firmatario e grande sostenitore assieme ad Antonio Rusconi di Valmadrera, ormai ex stella della politica locale.
Del resto anche Gattinoni avrà pensato che il centrodestra nostrano é un fuoriclasse a farsi male: per trovare un Giuda gliene sono bastati undici anziché dodici.
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ElleCiEnne


