DISSESTO IDROGEOLOGICO
IN LOMBARDIA: AUMENTANO RISCHI
E POPOLAZIONE ESPOSTA

MILANO – “Escludiamo le spese per la prevenzione del rischio idrogeologico dal computo del Patto di Stabilità Interno, un meccanismo troppo rigido che impedisce di spendere i soldi anche alle Amministrazioni che ce li hanno: in Lombardia si tratta di circa un miliardo di euro”. È questo l’appello lanciato dal coordinatore del Centro Studi di ANCE Lombardia, Gianluigi Coghi, in occasione della presentazione in anteprima da parte di ANCE Lombardia, Legambiente Lombardia, Consulta Regionale degli Architetti e Ordine dei Geologi della Lombardia, del ‘focus Lombardia’ del rapporto sullo stato del Rischio del territorio italiano, curato da ANCE-CRESME Ricerche.

Un appello indirizzato all’Assessore regionale al Territorio, al Commissario Straordinario delegato per il rischio idrogeologico in Regione e all’Associazione dei Comuni lombardi che nasce da una situazione paradossale delle risorse pubbliche: il patto di stabilità impedisce infatti di attuare interventi anche quando gli enti locali hanno le risorse in cassa, che invece potrebbero essere destinate a priorità ben definite, a partire dalla messa in sicurezza dell’edilizia scolastica.

PIAZZA SERGIOSiamo di fronte all’ennesima dimostrazione dell’assurdità dei meccanismi che regolano il Patto di Stabilità Interno, esempio concreto di una miopìa politica che, oltre a penalizzare la capacità operativa dei comuni, a cominciare da quelli più virtuosi, blocca ogni iniziativa di sviluppo e, addirittura, finisce per ripercuotersi negativamente sulla sicurezza della popolazione. – afferma il presidente di ANCE Lecco, Sergio PiazzaIntervenire per modificarne radicalmente i meccanismi è una priorità che il nuovo Governo deve assolutamente mettere in cima alla lista delle cose da fare”.

I numeri che emergono dal rapporto – che effettua la ricognizione più aggiornata dell’esposizione a rischi da frane, alluvioni ed eventi sismici a cui è sottoposto il territorio – suonano come una conferma del quadro allarmante di una regione in cui ben 580.000 persone, ovvero quasi il 6% dell’intera popolazione regionale, sono esposte a rischio per il solo fatto di risiedere in aree a forte criticità idrogeologica: in tali aree, che interessano il 9% della superficie regionale e sono dislocate nel territorio amministrato dal 60% dei comuni lombardi, risultano infatti localizzati ben 99.000 edifici residenziali. Oltre a ciò vi sono anche attività produttive, scuole e ospedali: complessivamente sono oltre 50.000 gli insediamenti esposti, che occupano quasi 200.000 addetti. Particolarmente allarmante è il dato relativo a scuole, ospedali e imprese: ben 623 scuole, 50 ospedali e oltre 5000 industrie sono localizzati in aree ad elevato rischio.

Fortunatamente la Lombardia, a differenza di altre regioni italiane, non è stata teatro di recenti eventi meteoclimatici estremi in questo periodo. Tuttavia, nei soli anni compresi tra il 2009 e il gennaio 2014 il CRESME vi ha rilevato ben 125 eventi di dissesto che, in almeno 25 casi, hanno causato danni a persone, oltre che ad edifici e infrastrutture, con perdite di vite umane, anche se in numero limitato, e danni o minacce agli edifici che hanno comportato la necessità di sfollare 630 persone.

Affinchè gli studi geologici a corredo dei Piani di Governo del Territorio possano rispondere perfettamente alle esigenze di tutela e sicurezza di un territorio, dal punto di vista dei rischi di carattere geologico, idrogeologico o sismico è necessario che sia certa e non venga a mancare l’azione di controllo esercitata, a tutti i livelli, dagli enti territoriali comunali o sovracomunali – ammonisce Vincenzo Giovine, presidente dell’Ordine dei Geologi lombardi – Solo attraverso l’azione di controllo e verifica sarà garantita l’efficacia degli studi di pianificazione“.

Al rischio idrogeologico si aggiunge poi quello sismico, per nulla trascurabile in particolare nelle province orientali lombarde: rischi sismici significativi interessano il 3,5% del territorio regionale, con una popolazione esposta di 172.773 abitanti distribuiti in 38.885 edifici residenziali. Oltre a questi, in aree a rischio sismico si trovano 14.166 attività economiche, con 47.199 addetti: tra queste, 180 scuole e 16 ospedali. Gli eventi sismici significativi (superiori al 3° grado di magnitudo) sono stati 23 nel periodo 2005-2014, e, anche se nessuno è risultato classificabile come ‘grave’, hanno drammaticamente messo in evidenza lo stato di gravissima fragilità del patrimonio edilizio esistente.

Che fare per ridurre il rischio? È evidente che occorre agire su più fronti. Da un lato c’è la gestione del territorio, che richiede una assidua e coordinata azione di manutenzione per evitare l’innesto di nuove fenomenologie di dissesto, e allo stesso tempo prevenendo nuovi insediamenti in aree già riconosciute come soggette ad alluvioni e frane, se necessario anche programmando la delocalizzazione degli insediamenti più a rischio. Dall’altro occorre mettere in sicurezza il patrimonio edilizio, a partire da scuole, ospedali e edifici pubblici, verificandone la sicurezza statica e adottando prescrizioni e modalità costruttive antisismiche.

Per fare tutto ciò occorrono ingenti risorse, che devono essere collocate in cima alle priorità di investimento pubblico, ma anche adeguatezza della spesa, con appostamenti finanziari e progetti congruenti alle priorità. Il rapporto effettua una stima delle risorse investite in particolare sulle opere di prevenzione, che ammontano in media a una cifra di poco superiore ai 200 milioni di Euro annui, insufficiente a far fronte alle necessità, dal momento che gran parte di queste risorse sono assorbite da grandi e complessi interventi che rappresentano una porzione minore della immensa casistica di episodi di dissesto.

La vulnerabilità ha guidato prevalentemente investimenti e programmi di urgenza e politiche dell’emergenza – osserva Angelo Monti, presidente della Consulta degli Architetti della Lombardia – La consapevolezza è che solo una disciplina di prevenzione e programmazione può sostenere una seria difesa del suolo. Questo a partire dalla richiamata sostenibilità delle trasformazioni urbanistiche di salvaguardia degli ambiti sensibili alla convinzione che la riqualificazione preventiva del patrimonio edilizio in termini di sicurezza sia colta non come costo ma necessario investimento civile, sociale ed anche economico”.

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