IN ITALIA ESISTE LA TORTURA.
DAI FATTI DI GENOVA 2001
ALLA NUOVA LEGGE AL RIBASSO

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LECCO – Che l’Italia venga bacchettata dall’Europa non stupisce più nessuno, ma che a riprendere il nostro paese sia la Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo, un organo giurisdizionale internazionale che non fa parte delle istituzione dell’Unione Europea, dovrebbe far riflettere. E a Lecco a darci l’occasione per farlo è, come spesso capita, l’associazione Qui Lecco Libera, in occasione di un incontro pubblico organizzato per ieri sera 3 giugno nella sala comunale del Palazzo delle Paure.

Dobbiamo riflettere dicevamo, soprattutto se si pensa al motivo della sentenza di condanna emessa il 7 aprile scorso dalla Corte istituita dalla “Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali”: l’Italia non è stata in grado di impedire la violazione dell’articolo 3 della citata convezione che recita “Nessuno può essere sottoposto a tortura né a pene o trattamento inumani o degra­danti”. Le torture di cui si parla in questo netto giudizio sono quelle che secondo la Corte sarebbero avvenute durante il G8 di Genova del 2001, in particolare i drammatici fatti legati all’irruzione delle forze dell’ordine nella scuola Diaz, dove si erano riuniti i manifestanti.

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Per fare chiarezza sulla questione l’associazione lecchese ha invitato tre personalità di spicco che da anni – in linea con la sentenza della Corte europea – denunciano a vario titolo gli abusi commessi in quella circostanza dalle forze dell’ordine. Il primo a prendere la parola è stato Lorenzo Guadagnucci, giornalista e vittima degli scontri della “Diaz”, il quale sottolinea due aspetti della sentenza dello scorso aprile: innanzitutto i fatti del G8 “sono stati definiti per la prima volta con il termine giusto: tortura. Questo ha consentito il rilancio di un dibattito attorno alle modalità se non fasciste almeno muscolari degli interventi della polizia che di fatto esistono.”

Il giornalista pone però l’accento sul fatto che la Corte non critichi le azioni configurabili come tortura in sé, bensì l’incapacità del nostro stato di aver saputo porre rimedio e risarcire a quegli abusi. Infatti i responsabili non sono stati puniti: la magistratura ha indagato diversi funzionari e condannato 25 persone per falso e calunnia. Ma i responsabili diretti della tortura, gli agenti in servizio d’ordine, non sono stati puniti, perché non è stato possibile riconoscerli. Infine anche nei casi dei condannati tra prescrizione e indulto le pene scontate sono state pochissime. “L’Italia ha un deficit strutturale: quello che è successo alla Diaz e dopo, è dovuto al fatto che il nostro paese non funziona come una democrazia normale, c’è una clamorosa inadeguatezza dello Stato a garantire i diritti fondamentali dell’uomo” è il commento di Guadgnucci.

Il secondo ospite a interloquire col numeroso pubblico è Enrico Zucchi, sostituto procuratore a Genova e PM al processo Diaz. Di solito, per la discrezione che prevede la sua professione, non partecipa a incontri pubblici e liberi dibattiti, “ma in certi casi – dice – è utile porre alla pubblica attenzione il tema della garanzia dei nostri diritti. La tortura è un tema molto difficile, per uno stato democratico è la paura principale.” Per capire il senso di questa perentoria affermazione e la sua gravità il magistrato ha ricordato la denuncia di Amnesty International che, al domani dei fatti di Genova ha detto che lì era accaduta “la più grave violazione dei diritti umani verificatasi in un paese occidentale dopo la II guerra mondiale”.

Questo giudizio – prosegue il dottor Zucchi – ha trovato nel corso degli anni successivi fondamento negli accertamenti giudiziari, ma poi per la sua stessa durezza è stato oggetto di rimozione”. Rimozione perché sarebbe un fatto troppo grave da metabolizzare per una democrazia: di fronte ad una relativamente modesta minaccia (i no global non erano pericolosi terroristi in fondo) lo stato di diritto con le sue garanzie fondamentali è stato spazzato via. “Ma questo tema di riflessione si è sempre rifiutato. Noi non abbiamo consapevolezza e neanche accettazione dell’accaduto. Abbiamo seguito la via della negazione, della rimozione prima e della minimizzazione dopo” conclude.

Tema di riflessione comune è poi stato il testo di legge sulla tortura che, sollecitati dalle istituzioni internazionali,20150603_224908 anche in Italia si sta elaborando e di cui in questa occasione sono stati evidenziati i grossi limiti. Guadagnucci sottolinea come per non contrapporsi alle forze dell’ordine che si sono sempre fermamente opposte ad una regolamentazione in tal senso, è stata pensata una “legge al ribasso, una legge che non prevede che la tortura sia un reato specifico commesso dall’autorità, ma lo considera un reato comune, che tra l’altro può cadere in prescrizione”, tutte disposizioni lontane da quello che prevedono la maggior parte delle leggi sulla tortura nelle democrazie occidentali. Una legge insomma che “non doveva essere troppo punitiva nei confronti delle forze dell’ordine – prosegue Zucchi – non si capisce tuttavia perché configurare e punire la tortura dovrebbe essere d’intralcio alle forze dell’ordine. Quale significato possiamo dare a questo sbarramento (le forze di polizia hanno battagliato e minacciato anche sull’ultimo disegno di legge)? Quale peso hanno le forze di polizia su questo dibattito?”

Su quest’ultimo punto di riflessione interviene Vittorio Agnoletti medico e autori di numerosi libri, che afferma in maniera perentoria: “Non è vero che ci sono delle mele marce nella polizia, è vero che ci sono delle mele sane: la struttura è marcia, ma ci sono delle mele sane di cui dobbiamo parlare, perché è grazie a loro che l’opinione pubblica ha potuto capire qual è il clima di tensione all’interno delle forze dell’ordine, che spinge le forze sane ad essere messe sempre più nell’angolo”. Così come è successo per Marco Poggi e Ivano Predessori, due infermieri del carcere che hanno assistito e denunciato ai fatti del Bolzaneto e sono stati licenziati in tronco; oppure all’allora vicecapo effettivo della polizia Andreassi, che dirigeva le operazioni alla Diaz ed essendo contrario all’assalto, ha poi partecipato a fianco dei magistrati alle indagini e ora è in pre-pensionamento.

Quello che si pone secondo Agnoletti è un serio problema di funzionamento della democrazia: “Prima di Genova un magistrato poteva fidarsi di un verbale della polizia, dopo no! Oltre agli abusi sono state fabbricate prove… uno stato democratico si fonda su istituzioni come la polizia che facciano rispettare le regole. Ma loro devono essere i primi a rispettarle”.

M.V.

 

 

 

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