TEATRO/AL SOCIALE DI LECCO
GLI “ELFI” PORTANO IN SCENA
IL VIZIO DELL’ARTE DI BENNETT

VIZIO ARTE 1LECCO – Una macchina creativa che funziona su ritmi martellanti e giostrati con grande maestria: si potrebbe sintetizzare così il profilo dell’affiatata compagnia dell’Elfo che anche il pubblico di Lecco ha potuto vedere ne Il vizio dell’arte (Teatro della Società, sabato 9 gennaio), a distanza di un anno dal fortunato debutto a Milano.

Dopo l’enorme successo di History Boys (2010/2011, che valse alla compagnia ben tre Premi Ubu, equivalente degli Oscar per il Teatro), si tratta di un ritorno all’autore inglese Alan Bennett. Questa volta il testo era più difficile, sofisticato e a tratti cerebrale, ma gli “Elfi” hanno affrontato la sfida con intelligenza e leggerezza.

Bennett immagina l’incontro fra due mostri sacri, il poeta Wystal Hugh Auden (1907-1973) e il compositore Benjamin Britten (1913-1976), ex-amanti che si sono lasciati trent’anni prima e ora forse (siamo nel 1972) si vedono per l’ultima volta. Se non conosciamo le loro musiche e poesie, poco importa: essi sono figure-simbolo di una sfida alle vette della Cultura. Chi avrà la meglio fra la potenza della Parola e il mare della Musica ove tutto si scioglie?

In realtà questo è lo scontro fra due geni al declino, stelle solitarie che si fronteggiano in un misto di diffidenza, rancori sopiti, crudeltà e ammirazione, un «confronto di decrepitudini». In un continuo balletto di alto e basso, parlano di poesia, vita, morte, innocenza, intercalati da espressioni colorite e confessioni sui propri impulsi sessuali: le anime pure e le voci bianche dei bambini sono l’ossessione del musicista, mentre l’urgenza della carne si sfoga per Auden in rapporti occasionali con ragazzi che si vendono.

Da un lato c’è Britten (un magistrale Elio De Capitani), artista integrato nel sistema, al culmine della fama e perciò preoccupato dei pettegolezzi sulla sua vita privata, come pure delle aspettative di pubblico e critica. Alle prese con la riduzione lirica del capolavoro di Thomas Mann Morte a Venezia, è venuto a chiedere incoraggiamento al vecchio amico. Di fronte a lui il poeta Auden, personalità trabordante con Ferdinando Bruni interprete ideale (anche regista, insieme a Francesco Frongia). Brontolone, velenoso, iracondo, sporco, sboccato e cinico, Auden non ha nulla dell’aura di Poeta-Vate: si sente imbalsamato nel suo ruolo di monumento nazionale, ma messo in disparte dal jet-set dell’intellighentia. Ogni giorno, dice, «cerco di fermare poche parole carbonizzate che rotolano nel mio vuoto lunare», mentre «la vita ci trattiene fra le sue fauci» e la morte appare come l’unico modo per svignarsela. Questo rovello interiore venato di profonda malinconia emerge solo a sprazzi, sommerso dalla vena eccentrica e trasgressiva del vecchio che cerca ancora di scandalizzare.

VIZIO ARTE 2Nucleo centrale della pièce è l’incontro Auden/Britten, continuamente interrotto da una struttura di teatro nel teatro, costruita da Bennett con grande precisione. Infatti il tinello disordinato di Auden dove si svolge la vicenda, al Christ College di Oxford, è in realtà la scena aperta di una commedia. Assistiamo cioè alla prova di una compagnia di attori inglesi, alle prese con Il giorno di Calibano, opera scritta da un Autore che, attingendo alle biografie dei due artisti scritte da Humphrey Carpenter, ha immaginato una giornata di Auden con un susseguirsi di visite: i domestici, un petulante intervistatore (il futuro biografo), un giovane prostituto e infine Britten. Il fantomatico Autore ha operato anche stravaganti inserzioni ai limiti dell’assurdo, cedendo la parola ai mobili (specchi, poltrone, letti), come pure alle rughe del viso (Vincenzo Zampa, accompagnato dalla musica di Matteo De Mojana).

Questa esile trama però si allarga in un caleidoscopio vivace: l’Autore (Michele Radice) è presente alla prova e protesta per i tagli al suo testo, gli attori a volte dimenticano le battute o si ribellano e propongono cambiamenti, come il personaggio-Biografo (Umberto Petranca) che, insoddisfatto, vorrebbe ritagliarsi uno spazio da primadonna, con effetti esilaranti. L’opera così è in continuo movimento, aperta e policentrica: secondo l’Autore tutto deve ruotare intorno al ragazzo di vita Stuart (Alessandro Bruni Ocaña), è lui cioè il “Calibano” della situazione, il «garzone anonimo dell’Arte», necessario trastullo sessuale per i Grandi e destinato all’oblio, anche se assetato di cultura e conoscenza. Ma ogni attore pretende di essere il protagonista, con piacevoli siparietti comici che ironizzano sull’ambiente del teatro, messo a nudo.

Nella finzione, l’assistente regista (una convincente Ida Marinelli) deve contentare tutti, temperando il nervosismo e incoraggiando gli insicuri. Descrive all’Autore (e al pubblico) le difficoltà del mestiere di attore, soprattutto a una certa età, «quando si hanno in testa già tante altre cose e personaggi» e la memoria comincia a tradire. Gli attori – conclude –  sono come soldati: temono il pubblico, l’insuccesso, l’amnesia; in una parola, hanno paura dell’arte, eppure non ne possono fare a meno, perché hanno il vizio dell’arte, proprio come Auden/Britten. Un vizio contagioso, che si è tradotto in lunghi e meritati applausi.

VIZIO ARTE 3

Gilda Tentorio

Foto di scena di Laila Pozzo

 

 

 

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