TEATRO/AL SOCIALE IL RICORDO
DELL’OLOCAUSTO ZINGARO

Locandina-Olocausto-dimenticato_Pino-Petruzzelli-510x515LECCO – L’Amministrazione comunale e la provincia di Lecco hanno proposto quest’anno una Giornata della Memoria particolare. L’assessore alla cultura Simona Piazza e il consigliere provinciale Ugo Panzeri hanno sottolineato infatti che, se è giusto e doveroso ricordare la Shoah, occorre però anche dare voce agli stermini meno noti: comunità rom, omosessuali, disabili, dissidenti politici.

Il tema di quest’anno è il porrajmos, lo sterminio nazista degli zingari. Il compito di aprire questa pagina degli orrori è andato a Pino Petruzzelli, attore e regista, fondatore del genovese Teatro Ipotesi, un gruppo che fa dell’arte una missione civile di attenzione alle culture altre. Con cristallina onestà intellettuale Petruzzelli dice che per raccontare, occorre prima conoscere e convivere. E lo spettacolo Zingari. L’olocausto dimenticato, approdato a Lecco il 27 gennaio, è frutto di questo lavoro «sul campo della vita», gomito a gomito con la comunità Rom. Altre storie sono confluite anche nel suo recente libro Non chiamarmi zingaro, Chiarelettere 2008 (con prefazione di Pedrag Matvejevic), dove il piacere del narrare si coniuga all’urgenza della partecipazione.

Assente ogni apparato scenico: protagonista sarà infatti il fluire del racconto davanti a un leggio. Ed ecco Petruzzelli: folti capelli e barba bianchi, non vecchio ma segnato dalla vita e dai viaggi, pronto a dipanare la sua orazione civile per colmare il vuoto di un’amnesia collettiva su cui gravano ancora tanti pregiudizi.

Una necessaria ricostruzione storica ripercorre in sintesi le traversie di questo popolo che dall’India passò in Persia, Armenia, Grecia ed Europa. Ben presto per la loro diversità (pelle scura, mestieri inusuali nomadismo) sono percepiti come un pericolo e si spalanca la strada del pregiudizio, con isolamento e divieti anche da parte delle istituzioni.

Petruzzelli cita casi specifici inquietanti, come il decreto della Serenissima (1558) che rende lecita l’uccisione degli zingari o il signorotto olandese che, fra le prede uccise a caccia, tra fagiani e lepri, vanta uno zingaro e suo figlio!

Dopo l’integrazione imposta dall’alto per “civilizzare” questa comunità selvaggia, è la “scienza” a mettersi al servizio dello stereotipo: secondo le teorie di Cesare Lombroso, gli zingari sono deviati da un’innata delinquenza biologica, e su questo humus attecchiranno le teorie razziste del XX secolo. Infatti nel 1936 a Berlino il Centro di Ricerche sull’Igiene della Razza affida al dottor Robert Ritter studi genetici sugli zingari, che conclude: essi sono ariani (perché derivano da un ceppo indoeuropeo) ma «irrimediabilmente deviati e decaduti». Contaminati da incroci con razze inferiori, hanno sviluppato il gene impuro del nomadismo e sono pertanto «esseri irrecuperabili, una genìa di parassiti oziosi e privi di ambizioni; vivono in baraccopoli orrende che hanno deturpato gli orizzonti della razza ariana». Queste deliranti teorie “scientifiche” portano a metodiche quanto aberranti ricerche genealogiche, archivi preziosi per la successiva caccia allo zingaro. Fioriscono saggi che divulgano l’inveterata natura criminale degli zingari (Delinquenza come destino è uno dei titoli più noti) e nel dicembre 1938 un decreto inserisce la questione zingara nella più ampia questione razziale. Fra le misure di «prevenzione della sanità pubblica»: schedatura, esami di biologia razziale, confino, internamento, sterilizzazione.

Comincia una «favola alla rovescia», dove i cattivi hanno gli occhi color del cielo e la pelle candida, mentre i buoni, cioè le vittime, hanno la pelle scura e gli occhi neri e ardenti, e il lieto fine non esiste. Nei lager gli zingari portano il triangolo nero degli asociali e ad Auschwitz sono marchiati con una Z sul braccio. Anche per loro la sequenza dell’orrore prevede maltrattamenti, malnutrizione, lavori forzati e camera a gas. Inoltre, essendo ariani e quindi i più geneticamente vicini agli ariani puri, i medici nazisti li preferiscono agli altri prigionieri come cavie umane per i loro atroci esperimenti. Petruzzelli ricorda alcuni casi agghiaccianti e la testimonianza di Otto Rosenberg (La lente focale. Gli zingari e l’Olocausto, Marsilio 2000), del poeta sinto bolzanino Vittorio Pasquale Mayer, fino alla struggente storia di Ansa, «l’ultima zingara di Auschwitz».

Nei campi di sterminio nazisti muoiono oltre mezzo milione di Rom e Sinti, notizia spesso assente dai nostri libri di storia.

Il “canto civile” di Petruzzelli non risparmia le denunce all’Italia fascista, responsabile quanto l’alleato tedesco della diffusione delle teorie razziali, di reclusioni, internamento, esecuzioni sommarie e deportazioni. La cultura Rom poggia soprattutto sull’oralità, spiega il nostro narratore, e non si parla dei morti, propri o altrui: si guarda al presente, senza cercare di spiegare ciò che è impossibile da capire. Ma gli zingari, su cui gravano ancora forti pregiudizi e diffidenza, hanno visto presto dimenticato il loro Olocausto: basti pensare alla beffa dei risarcimenti negati e perfino la negazione dei crimini nazisti ai loro danni.

Oggi dappertutto in Europa si alzano nuovi muri e l’Italia continua ad essere l’unico Paese che relega i Rom in “campi nomadi”, veri e propri monumenti moderni all’esclusione. È importante quindi compiere questo atto dovuto di memoria: «Ricordare è guardare in avanti, verso il futuro, un modo per capire dove mettere il piede e muovere i nostri passi, domani e dopodomani».

 

Gilda Tentorio

 

 

 

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