TUTTO ESAURITO PER SPATARO
CHE A LECCO SPIEGA “PERCHÉ NO”

armando spataro_settembre2016LECCO – Ancora non si sa quando sarà fissato l’appuntamento con il referendum costituzionale, ma l’interesse per l’argomento ormai è tale da non infiammare solo i rapporti diplomatici tra nazioni, ma anche gli animi dei cittadini lecchesi, che mercoledì sera hanno invaso la Sala Ticozzi dove con Armando Spataro si è discusso del “perché no”.

Il magistrato ha dialogato con Duccio Facchini – autore per Altraeconomia del libro “Le ragioni del no” – spiegando innanzitutto perché un magistrato abbia deciso di spendersi per una “causa costituzionale”: “In via generale trovo che con questa legge siamo di fronte ad uno sbilanciamento inaccettabile in democrazia: ogni democrazia si regge sul bilanciamento e sul controllo reciproco dei tre poteri, mentre, se questa riforma andasse in porto, si determinerebbe un netto spostamento dei poteri verso l’esecutivo. Da qui scaturisce la scelta, mia e di molti altri magistrati, di schierarci dalla parte del no, assieme, tra gli altri a 56 costituzionalisti tra cui ci sono venti ex presidenti della Corte costituzionale”.

Entrando nel vivo nella questione, Spataro comincia elencando le motivazioni rivendicate dai promotori del sì: Ce lo chiede l’Europa”, “Non esistevano alternative”, “Finiremo come il regno Unito e la Brexit”, “Meglio questo che niente”; passando per citazioni di importanti personaggi pubblici: l’incredibile “È una fetenzia ma la voto lo stesso” di Cacciari, la profezia di Napolitano “Se vince il no non si fanno riforme per trent’anni”, l’uscita quasi comica del duo Boschi-Renzi “I cittadini chiedono la riforma della Costituzione da 70 anni” e infine di nuovo il ministro Boschi per cui la riforma contribuirebbe ad aumentare la sicurezza contro il terrorismo.

sala ticozzi_spataro_settembre2016L’ospite del comitato lecchese del Coordinamento democrazia costituzionale ha spostato invece l’attenzione dalle motivazioni pro o contro la riforma alla sua genesi, sottolineando due aspetti. “La paternità della proposta di modifica della Carta è riconducibile al partito di maggioranza, il quale ha fatto passare questa riforma in condizioni criticabili: la legge è stata approvata da un parlamento costituito con una legge elettorale ritenuta incostituzionale”. La nascita di questa riforma è dunque viziata in origine e non solo da un punto di vista tecnico, ma anche per questioni di metodo: “La Costituzione non può essere la Costituzione del partito di maggioranza, mentre questa riforma è stata votata da poco più del 50% dei deputati, da un partito che rappresenta il 15% degli aventi diritto al voto e per di più ricorrendo a tagli, emendamenti, fiducia e canguri. Modalità che non sono conformi ad una azione legislativa di questo calibro”.

Due sono invece le questioni di merito particolarmente sviscerate mercoledì sera. In primo luogo il rapporto della legge costituzionale con quella elettorale: “Secondo questa proposta l’unico ramo del parlamento che può dare la fiducia al governo è la sola Camera che, in base all’Italicum, sarà controllata nella sua maggioranza dal partito che vince le elezioni. Sempre per la nuova legge elettorale alla Camera siederanno dei parlamentari prevalentemente nominati da quello che lo stesso testo della norma definisce il ‘capo del partito’, con il risultato che per un governo, chiedere la fiducia alla propria maggioranza alla camera, vorrà dire esercitare un potere incontrollato”.

duccio facchini_aramando spataro_marco longoni_settembre2016E, come molti hanno evidenziato, anche per Spataro è fondamentale il rapporto tra riforma della Carta e nuova legge elettorale: “L’Italicum, che stabilisce le modalità di elezione dei deputati ed è la base della riforma costituzionale, è stato approvato ponendo una mozione di fiducia. Poi dopo l’ultima tornata di elezioni amministrative ci si è accorti che questa legge poteva essere molto svantaggiosa per chi l’aveva pensata e favorire invece altri soggetti politici come il Movimento 5 stelle, così anche all’interno della maggioranza si è fatta avanti l’idea di cambiare la legge elettorale, la quale era prima ritenuta così fondamentale per questo esecutivo da aver messo la fiducia. Adesso ci viene detto che verrà cambiata, ma non viene detto come e quando verrà cambiata”. Ma al di là delle questioni di metodo l’aspetto critico sottolineato nel dibattito riguarda l’effetto che la legge elettorale e la proposta di modifica della Carta avranno se entrassero insieme in vigore: “Oltre all’accentramento dei poteri nelle mani dell’esecutivo di cui si è già discusso, si avrebbe una notevole riduzione della rappresentanza dei cittadini in parlamento. Infatti il partito che al primo turno raggiungesse la soglia del 40% si aggiudicherebbe il 55% dei seggi, oppure i due partiti più votati andrebbero al ballottaggio e al vincitore sarebbero assegnati 340 seggi. Per la frammentata situazione politica che caratterizza l’Italia, potrebbero andare al ballottaggio anche due partiti che hanno preso circa il 20% e il vincitore prenderebbe comunque 340 seggi. Inoltre i capilista, scelti dai partiti secondo questa legge, sono automaticamente eletti se la lista conquista almeno un seggio e ogni capolista può candidarsi in dieci liste, favorendo i secondi in caso di più vittorie. Da questo scenario emerge una camera di deputati fedeli, dipendenti dall’esecutivo”.

Queste sono le ragioni che spingono il magistrato tarantino e gli altri critici della riforma a sostenere a gran voce che questa proposta di modifica metta in serio rischio alcuni principi fondamentali della democrazia. Su questo punto i fautori della riforma tentano di cambiare la prospettiva e mostrano come al di là di queste criticità essa abbia il grande merito di garantire la governabilità: “Si sacrifica tutto in nome della governabilità, che diventa una sorta di mantra per imporre l’onnipotenza dell’esecutivo nei confronti del parlamento e della società. È il tentativo mascherato di imporre la volontà dell’economia alla politica, come è successo con le inchieste sull’Ilva e come è emerso chiaramente dall’analisi di J.P. Morgan datata giugno 2013: secondo la società finanziaria la crisi economica che ha colpito il Vecchio continente sarebbe dovuta a limiti della politica. L’Europa meridionale in particolare, ancora segnata dalle esperienze fasciste, sarebbe adesso caratterizzata da idee socialiste, da debolezza della leadership e dal costume dei cittadini di protestare per i propri diritti. E oggi torna l’idea che ci debba essere più omogeneità tra governo e parlamento, perché la situazione economica è cambiata. Ma io mi chiedo, la non governabilità è dovuta alla costituzione o alla qualità e all’instabilità della politica? In altri paesi come il Belgio, la Germania e la Spagna dove c’è in corso una crisi politica che non consente di decretare una maggioranza stabile, si può governare proprio perché le rispettive costituzioni offrono gli strumenti per farlo”.

sala ticozzi_spataro_settembre2016E poi ci sono tutta una serie di questioni tecniche che durante la serata il magistrato si limita ad accennare: “La riforma anziché semplificare la legge porta a delle disfunzioni: al bicameralismo perfetto si sostituisce un bicameralismo imperfetto e la produzione legislativa è diventata più complessa; come verranno designati gli amministratori locali che dovranno sedere al Senato è un vero enigma, inoltre non è stato modificato l’articolo 68 sull’immunità parlamentare e quindi l’immunità sarà garantita anche ai futuri senatori che in quanto consiglieri regionali e sindaci non l’avrebbero. Al di là del fatto che molto spesso nel nostro paese gli amministratori locali sono oggetto di indagini e arresti, saremmo nella condizione per cui alcuni consiglieri regionali non sarebbero immuni altri sì”.

A conclusione del suo intervento Spataro indica alcuni principi che a suo avviso dovrebbero essere presi in considerazione da una riforma della legge fondamentale dello Stato: “Costituzionalizzare il quarto potere. L’informazione, la stampa, la televisione, sono molto condizionate in Italia. Il professor Ferrajoli ad esempio dice che ‘bisognerebbe studiare di mettere in Costituzione dei principi in base ai quali i giornali, gli editori siano sganciati da centri di potere politico ed economico’. È una strada difficile ma si potrebbe ben studiare un modo più soddisfacente di quello attuale. Una seconda riforma è quella che ho scoperto essere stata recentemente introdotta in Bhutan, dove viene definito un potere e non un ordine quello giudiziario e prevede una commissione anti-corruzione permanente e indipendente che ha l’obbligo di presentare un pubblico rapporto annuale al parlamento sulle indagini compiute, i cui risultati sono oggetto di procedure che il procuratore generale deve immediatamente portare avanti con speditezza”.

Manuela Valsecchi

 

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