LA MEDITAZIONE E UNA LIRICA
DI DON GIOVANNI MILANI
NEL NATALE DEL SIGNORE

Il decreto di Augusto che si estende a “tutta la terra” ci richiama la “Pax augustea”, Luca ci aiuta sottilmente a riflettere con l’allusione universale, alla pace vera (già la prima lettura inneggia al Principe di pace) che non è quella politica (imposta dalla forza) ma quella umile e profonda (col Signore) che nasce a Betlemme.

Giuseppe sale a Betlemme, il moto non è solo fisico, che è “la città di Davide”, il luogo regale, pure la discendenza – giuridica in Giuseppe – era vaticinata in segno  messianico dai profeti: è lì che ha da nascere il Verbo di Dio inviato nel mondo, servo e consacrato del Signore.

Maria, compiutisi, proprio nella città regale, i giorni del parto “diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo pose in una mangiatoia”. Molto si è letto in questa enunciazione. Innanzitutto la madre che agisce da sola, da qui si è argomentato il parto indolore, ossia verginale. In quell’avvolgere poi si è letta profezia verso la morte:
ancora sarà avvolto da Giuseppe d’Arimatea nel lenzuolo funebre; del resto l’arte orientale, ed anche la nostra sino a Giotto, ha interpretato il presepio, la mangiatoia, come sepolcro: già alla nascita il mistero per la morte.

L’annuncio angelico si rivolge ai pastori con tutte le caratteristiche del messaggio divino, infatti produce timore da cui l’angelo rassicura perché è di grande gioia: “oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore”, anche un segno è dato loro “troverete un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia”.

E subito l’angelo è accompagnato da moltitudine che lodava Dio e diceva: “Gloria a Dio nel più alto dei cieli / e sulla terra pace agli uomini che egli ama”. L’evento che è sotto i loro occhi nell’umiltà, addirittura nella provvisorietà assoluta del luogo dove la mangiatoia è culla (pur se anche qui è stata letta allusione al darsi in cibo del Signore Gesù), pur c’è gloria “nel più alto dei cieli”.

Ai pastori, e da loro a tutti gli uomini, è annunciata pace, proprio in quella nascita, perché sono amati dal Signore a cominciare dagli umili, forsanche loro non apprezzati, secondo giudizio umano; anch’essi forse però allusivi a dignità di pastore; non tanto l’antica dei “pastori di popoli” attribuita ai capi nel mondo classico, quanto a quella amorosa dello stesso Signore Gesù che nasce e vorrà condurre le pecore che conosce ed anche tante altre non dal suo recinto: “tutte ascolteranno la sua voce e diverranno un solo gregge, un solo pastore”. Tutte saranno unite dal supremo suo sacrificio che donerà salvezza: la pace che il grande Augusto solo riusciva ad imporre esteriore.

All’angelo piccolino di Natale

Angioletto piccolino,
Vestito di bianco e d’alucce,
Volteggi in ampie volute,
Di gioia, d’amore e di canto,
Nel cielo, d’algore e di stelle.
Tu canti: “La gloria nei cieli e poi
Anche pace qui giù, sulla terra,
A noi tutti, amati dal Cielo”.
Tu miri quel Bimbo
Ch’è nato, là sulla paglia posato,
Avvolto dal tenero sguardo
Che dolce d’affetto e mitezza
Gli volge la Madre.
È lui Emmanuele – lo disse Isaia –
Ben porta suo segno sovrano,
Consigliere ammirabile,
Dio potente, Padre per sempre
E pacifico principe ha nome;
Invece s’è fatto piccino
Com’uno di noi.

Ah, pochi si sanno avvedere,
Son sol poveretti, pastori negletti,
È solo la povera gente
Sodale ai giovin d’altrove venuti,
Giuseppe e Maria hanno nome.
Lei, Madre or senza dolore,
Perché lo serbi alla croce.
Sorride di gloria soffusa,
Dal viso traspare candore
Che Madre l’ha fatta di Dio
Ed ora è pur mia:
Ha dato alla luce quel Bimbo,
Il Messia atteso cotanto.
Ci porti la pace,
Il dono di Dio davvero.
Angiolino di pace pur tu,
Aggiungi a tua voce di canto
La mia preghiera quaggiù,
Al Bimbo ch’è nato
A fare di noi della terra
Partecipi fin anco del Cielo.

Don Giovanni Milani

 

 

 

 

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