RELIGIONI, LA MEDITAZIONE
DI DON GIOVANNI MILANI.
8ª DOMENICA DOPO PENTECOSTE

Se non siamo attenti a noi stessi, è facile meravigliarci della scarsa sensibilità degli apostoli per quanto Gesù cerca comunicar loro. Scorriamo all’indietro qualche pagina nel vangelo, troviamo i tre annunci della passione: ad ogni annuncio, dapprima Pietro, al secondo, tutti quanti gli apostoli e al terzo i due fratelli – giusta la nostra pagina – mostrano distanza, anzi, assoluta incomprensione di Gesù.

C’è sempre di mezzo l’orgoglio, voler primeggiare, precedere gli altri: tra i discepoli, dopo il secondo annuncio, la discussione è su chi sia il più grande tra loro ed anche i nostri due pensano averne titolo: figli di Salome, sorella di Maria, hanno famiglia dello stesso clan, e più, agiata (Zebedeo ha ben solida impresa, con garzoni): tutte qualifiche da presentare al loro maestro (lo chiamano così) che è cugino illustre, gli si son messi a scuola e sequela, ma….

Già Pietro, aveva mostrato uno stesso mondano sentire; era stato il primo a ribellarsi all’annuncio della passione. Secondo Pietro, Gesù non poteva che essere apprezzato, non certo fallire, ma si era preso rimprovero di “non pensare secondo Dio, ma secondo gli uomini” appunto. Allora Gesù se li era proprio presi – tutt’e tre – per farseli partecipi, là sul monte, della Trasfigurazione: non tanto a titolo di benevolenza particolare, piuttosto d’insegnamento (diciamo, con tono leggero, a lezione privata; solo poi intesa: Giacomo primo testimone nel sangue, il fratello, ultimo tra gli apostoli; di Pietro sappiamo bene).

I titoli della richiesta, sono tutti umani secondo stampo mondano, non avvertono il senso di quella gloria che è intesa in modo così diverso dal loro incompreso maestro.

La gloria, è interessante notare, come abbia senso e richiamo un poco disparato nelle lingue bibliche: quella evangelica del greco, si accosta piuttosto al nostro intendere, come onore d’ammirazione, mentre quella che usa Gesù (Kavod, כָּבוֹד ) ha allusione al peso, alla consistenza, non all’auge evanescente pari a quella desiderata da Giovanni e Giacomo. La gloria vera è la consistenza di Dio che sta (nel donare, innanzitutto vita) non giunge dall’esterno quale l’ammirazione cui anelano i due.
 
Il dialogo rivela solamente incomprensione: andar dietro a Gesù è calice da Getsemani, è battesimo, immersione di dolore e morte, i due son ben lontani dall’intenderlo, solo il dono dello Spirito farà loro capire, allora testimonieranno davvero.

Il brano evangelico ha singolare trasparenza per noi, per il nostro quotidiano sempre tentato dal sentire mondano, non incline all’insegnamento della parola e più della vita di Gesù.

L’orgoglio d’aver rilievo, considerazione, ce lo troviamo tanto spesso dentro. Seguire il Signore, è lontano dal cercarci ammirazione d’attorno, è invece umiltà che attraversa le asperità del cammino nella certezza d’esser con lui, anche portando la croce, sotto un giogo che, con lui divien leggero, radicato nella carità vera, quella che ancora è suo dono e fa vivere e spargere serenità.


Don Giovanni Milani

 

 

 

 

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