3 SFUMATURE DI LOCKDOWN
E LA BREVE CONVIVENZA
CON IL CORONAVIRUS

È ufficiale: il governo giallo-rosso ha dipinto un nuovo tricolore per l’Italia. Giallo, rosso e qualche sprazzo di arancione. Sono i colori della nuova mappa pandemica italiana, regione per regione in base alle criticità locali e con misure restrittive mirate.

Il Dpcm del 3 novembre ha suscitato un’ulteriore ondata polemica – a distanza di una settimana dal subbuglio con cui le piazze avevano accolto il precedente decreto – e smarrimento fra la popolazione. L’interrogativo ricorrente di ogni italiano per l’intera giornata del 4 novembre è stato: di che colore è la mia regione? Nessuno poteva saperlo con certezza, fino alla conferenza stampa serale in cui Giuseppe Conte ha annunciato le misure del decreto. “Se introducessimo misure uniche in tutta Italia produrremmo un duplice effetto negativo, non adottare misure veramente efficaci dove c’è maggior rischio e imporre misure irragionevolmente restrittive dove la situazione è meno grave”, ha spiegato il premier. Pertanto, sul territorio nazionale sono state attualmente individuate Lombardia, Piemonte, Calabria e Valle d’Aosta come aree a criticità elevata. Zone rosse, in cui è entrato in vigore il massimo livello delle restrizioni previste – un lockdown severo quasi come a marzo, ad eccezione di asili nido e scuole fino alla prima media, oltre ad alcune attività come i barbieri ed i parrucchieri. A differenza della prima chiusura generalizzata, anche le librerie rimarranno aperte nella zona rossa. Evidentemente, si è voluto prevenire l’imbarbarimento culturale ed estetico a cui abbiamo assistito durante la prima ondata, con gentiluomini e signore dai capelli arruffati e le barbe incolte – e neppure un nuovo libro da leggere per ingannare il tempo.

Si torna in lockdown

Attività di ristorazione chiuse nelle aree gialle dopo le 18, sospese in tutto il resto d’Italia assieme a bar, ristoranti, pub, gelaterie, pasticcerie, ad eccezione delle mense e del catering continuativo. Nel mentre, qualcuno ironicamente di fronte a tali disposizioni si domanda se stiamo lottando contro il coronavirus o il colesterolo, molti lavoratori indignati si pongono un quesito più austero.

Dopo aver scrupolosamente rispettato il rigido protocollo sanitario e le linee guida per la riapertura in sicurezza delle attività economiche e produttive, perché ora sono costretti a chiudere? Tra sanificazioni dei locali, misure di distanziamento per evitare assembramenti dei clienti, dispositivi di protezione individuale e termometri digitali, nonché distributori di gel igienizzante agli ingressi e tutto l’equipaggiamento anti-Covid – su cui i titolari degli esercizi commerciali hanno investito –, non ci si aspettava un esito simile. Piuttosto, non si era fatto altro che parlare di una necessaria “convivenza col virus” dopo il 3 giugno scorso, giorno in cui il ministro della Salute, Roberto Speranza, aveva illustrato i dati territoriali ed annunciato durante un vertice di governo la ripresa degli spostamenti infraregionali.

Una breve convivenza

Pierpaolo Sileri - WikipediaSiamo usciti dalla fase acuta”, annunciava l’8 giugno il viceministro della Salute, Pierpaolo Sileri. Un sollievo. Sileri aveva inoltre aggiunto che “siamo passati alla fase di convivenza col coronavirus. Grazie alle misure adottate siamo riusciti a fronteggiare la crescita dei casi, e ora è tutto sotto controllo”. Tutto sotto controllo? Fantastico. L’estate era ormai alle porte e tutti gli italiani meno ipocondriaci si erano affrettati a programmare una vacanza. Le spiagge della nostra meravigliosa penisola si attrezzavano per accogliere i bagnanti, predisponendo perfino sanificazioni della battigia. Vip, tronisti, influencer e starlette si erano radunati come di consueto presso le esclusive località della Sardegna, così come in Puglia riprendevano i flussi turistici per il Salento e il Gargano. Temporaneamente riaperte, le discoteche intrattenevano i più giovani e baldanzosi – sia nel Belpaese che all’estero. Molti ricorderanno tuttora la studentessa italiana che, a Ferragosto, cantilenava ai microfoni del tiggì “non c’è più Coviddi, non ce n’è più”, facendo la fila davanti a una discoteca in Croazia. Tutto sotto controllo, in caso di focolai sarebbero stati attuati interventi tempestivi e mirati per bloccarli. Eppure, non appena giunto il mese di settembre, con l’inizio del nuovo anno scolastico – nonostante l’investimento per i nuovi materiali e le rigide regole per il contenimento – una poco rassicurante realtà si stava materializzando.

Secondo i monitoraggi indipendenti della Fondazione Gimbe, la capacità di tracciamento e test variava notevolmente in base a ciascuna regione, attestandosi su una media nazionale di 1045 casi testati su 100mila abitanti. Dal 14 al 20 ottobre, il numero percentuale dei casi totali aveva registrato un incremento del 18,9%. Secondo il presidente della fondazione, Nino Cartabellotta, a destare maggiore preoccupazione “è la brusca impennata del rapporto positivi/casi testati dal 7% al 10,9%, che certifica il fallimento del sistema di testing & tracing per arginare la diffusione dei contagi”. La curva dei contagi aveva appena superato quota 21mila in un solo giorno, quando – il 25 ottobre – le regioni chiedevano al ministro della Salute di riorganizzare l’attività di tracciamento.

Flora Liliana Menicocci

 

Pubblicato in: Sanità, Città

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