7 MARZO 1944: 75 ANNI FA
LO SCIOPERO E LA DEPORTAZIONE
DEGLI OPERAI LECCHESI

LECCO – “Mi chiedo quando sarà che l’uomo possa imparare a vivere senza ammazzare”: hanno cantato Auschwitz di Francesco Guccini i ragazzi della scuola secondaria Stoppani per ricordare gli scioperi e la deportazione del 7 marzo 1944.

Dopo il momento di raccoglimento al Parco 7 marzo in corso Matteotti e in via Castagnera, Giancarla Pessina ha dato testimonianza degli eventi del ’44 nell’Aula magna dell’ex Bovara. Classe 1930, negli anni della guerra frequentava la scuola e il 7 marzo si trovava fuori dal cancello della villa Badoni quando passò un gruppo di operai arrestati. Fra loro Gina Aondio, una vicina di casa, le gridò di avvisare la sorella Paola perché si prendesse cura del figlio Umberto: “Sono passati 75 anni e col tempo si dimenticano tante cosa, ma queste frasi urlate te le porti dietro finché campi”. I 26 operai operai arrestati furono poi deportati e solo 7 fra loro sopravvissero ai campi di sterminio.

Campi di sterminio in cui alcuni studenti lecchesi sono entrati grazie a In treno per la Memoria, viaggio ad Auschwitz organizzato da CGIL, CISL e UIL: “La parte cruciale è l’ingresso nelle camere a gas, che sono uno spazio buio – ricorda Anton Lorenci, studente del Bertacchi – La cosa importante è vedere sulle pareti i graffi delle persone che cercavano di scappare. Erano esseri umani come noi”.

Dopo aver ricordato Pino Galbani, il sindaco Virginio Brivio ha sottolineato: “Queste ricorrenze sono un’occasione per conoscere e approfondire. Il miglior antidoto per riletture stantie o revisionistiche è partire dai fatti, dalla crudeltà dell’occupazione nazista accompagnata dal fascismo e dagli atti di coraggio che ci sono stati”. Raimondo Antonazzo, dirigente dell’Istituto Bertacchi, si è rivolto direttamente agli studenti presenti: “Vi invito a essere militanti non con le armi ma nella pace, a essere presenti e non indifferenti. Siate testimoni non silenziosi, perché il silenzio equivale all’omertà. Non abbiamo bisogno di omertà ma di ragazzi che denuncino le ingiustizie”. Il giornalista e storico Gianfranco Colombo ha richiamato all’impellente necessità di fare memoria oggi: “Il giorno della Memoria fu istituito per far sì che il silenzio non cadesse su fatti gravissimi. Ma al rischio del silenzio oggi s’è aggiunto qualcosa di più perverso: il fastidio o addirittura la negazione. Ricordo che Pino Galbani al termine del suo libro raccontava come appena tornati gli stessi familiari non credessero alle parole dei superstiti”. Ma cosa opporre a queste correnti revisioniste?

Secondo Colombo, “la forza del pensiero e del dialogo”. Pensare, cioè essere coscienti delle proprie azioni, “è l’esempio che viene da Pino Galbani e dai suoi amici, che pagarono cara la loro scelta di scioperare”. Salvatore Monteduro, rappresentante CGIL, CISL e UIL, ha ricordato il coraggio di Pino Galbani e degli altri operai, che lottavano “non solo per ottenere diritti individuali ma per riconoscere la democrazia e la libertà di ciascuno di noi”. E ha menzionato due recenti episodi di cronaca, che hanno coinvolto le città di Melegnano e Macerata: “Bisogna prestare attenzione all’uso delle parole, perché si sta creando una civiltà di odio e scontro. Dobbiamo stare attenti perché nel disagio e nella povertà si trova humus fertile per alimentare l’odio. Ognuno di noi invece deve responsabilizzarsi e farsi carico del più fragile, del più debole”.

I. N.

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